La Mia Prima Cento Miglia: La Corsa della Bora 2019 di Gabriele Ianett

Scritto da Gabriele Ianett. Pubblicato in Trail

LA MIA PRIMA CENTO MIGLIA: LA CORSA DELLA BORA

Ho conosciuto la Corsa della Bora circa due anni fa nella sua versione di Ipertrail. Un viaggio, più che una gara, da affrontare in totale autonomia. Una traccia GPS da seguire e non le solite fettucce. Nessun ristoro, ma una scatola di legno all'interno della quale mettere quello che si ritiene necessario avere durante il viaggio. Scatola che poi l’organizzazione si impegna a far trovare di volta in volta nei punti prestabiliti lungo il percorso. Un format simil PTL che mi ha affascinato da subito. Una gara lunga, impegnativa, corsa in un periodo dell’anno climaticamente ostile.

E poi il contesto storico e paesaggistico in cui si svolge. Il Carso, un altopiano che respira storia, paesaggi bellissimi che purtroppo evocano anche terribili ricordi di atrocità fatte dall’uomo. E Trieste, una città che ho imparato ad amare dai tempi in cui ho lavorato a Cormons.

Un’esperienza diversa, una sfida con me stesso, ma per la quale non mi sentivo ancora pronto. L’unica soluzione sarebbe stata quella di farla in squadra, ma vana fu la ricerca di un prode compagno: nemmeno il Leoncini era disposto a seguirmi. Segnaccio!

Quando ci iscriviamo ad una gara c’è sempre un motivo. Questo può essere semplice, a volte banale, come la ricerca di un po' di svago, di divertimento con gli amici o il crearsi un pretesto per “fuggire dalle grinfie del divano”. I più audaci si iscrivono per vincere. Nel mezzo a questo ci sono decine, centinaia di sfide che si consumano dentro ad ogni gara. Sfide in primis con sé stessi e che gli altri ignorano.

Ogni persona che si presenta in partenza deve essere rispettata al massimo, perché non ne possiamo conoscere le motivazioni, l’impegno che ha preso verso la gara e soprattutto la storia che l’ha portata fino a lì.

Ogni persona che si presenta in partenza deve avere rispetto verso la gara e verso gli altri concorrenti, i compagni di viaggio, riconoscendo le proprie capacità e soprattutto i propri limiti.

Per partecipare ad una gara di UltraTrail e nella fattispecie ad una 100 miglia le motivazioni devono essere molto forti e radicate. Dobbiamo sentirci pronti. Dobbiamo essere pronti. Ma purtroppo, non sempre è così.

Allora succede che, in quel piccolo gruppetto di persone riunito sotto lo striscione di partenza, possiamo trovare mescolati

Ed è stato proprio un senso di inadeguatezza a non farmi iscrivere nei due anni precedenti.

Quest’anno invece è scattato qualcosa. Nella testa, intendo. Ero deciso a farla, anche da solo. Quando ho scoperto che oltretutto sarebbe nata la 100 Miglia “Ultra”, cioè balisata e con i ristori, la decisione era quasi presa. Meno affascinante della “Iper”, ma sicuramente più semplice da gestire, anche da solo. L’unico freno rimaneva il dover correre per il giorno di befana e quindi non poter essere a casa con la mia famiglia. Dopo averne parlato con la santa di mia moglie, la decisione era presa. È il primo di settembre: mi iscrivo.

Mando la foto del certificato di iscrizione a Pietro e qui avviene il miracolo. Passano pochi giorni e decide di iscriversi anche lui. Vorrei dire che questo è ammmore, e lo avrei detto se non mi avesse rinfacciato questa decisione, giusto quel migliaio di volte. Quindi non lo dico. Ma è. Forse.

Iscriversi ad una gara è diventato semplicissimo, bastano pochi click sul computer. Subito dopo l’ultimo click, nel momento in cui sono dentro, mi sento già finisher. La mia mente è fin troppo ottimistica e si fa prendere dall’entusiasmo, piazzandomi già minimo minimo sul podio.

Passano pochi giorni e inizia la raccolta dell’uva bianca. Prima di essere travolto dallo tsunami vendemmia riesco a farmi qualche corsetta sulle colline Chiancianine tanto per dare un po' di sfogo a quell’ Alien-tusiasmo che si è impadronito del mio corpo.

Finisce la vendemmia e finalmente posso dare inizio ad un programma di allenamento serio. Il 2018 è stato un anno sabbatico e fino a quel momento mi ritrovo all’attivo soltanto una gara, la Ronda Ghibellina corsa peraltro a fine gennaio. La condizione fisica non è poi il massimo. Per fortuna parto da un peso corporeo accettabile. Chiamo il mio coach Alberto Lazzerini detto il Bussino, analizziamo le caratteristiche della Corsa della Bora e pianifichiamo la preparazione.

Iniziamo la seconda settimana di ottobre. Dobbiamo lavorare sul ritmo. La voglia di correre è tornata, dopo alcuni mesi in cui il disagio aveva avuto la meglio nella battaglia interiore. Riaffiora del “Cauto Ottimismo” come direbbe il buon Federico Matteoli.

Intanto a Pietro iniziano ad affiorare i primi sintomi di ansia. Se la prende con me per averlo coinvolto in questa cosa, anche se a dire il vero io manco gliel’ho chiesto…oh allora? Ci vuole pazienza…

Il mio fisico risponde bene ai carichi di lavoro e se ne vedono subito i risultati. Alberto quindi si sbizzarrisce a trovarmi allenamenti sempre diversi e divertenti, tipo correre 30Km in monte il sabato sera al tramonto, dormire poche ore e ripartire alle 4:00 della domenica mattina, appena spiovuto, per un 30Km su asfalto.  

Non forzo mai le velocità per scongiurare il più possibile gli infortuni. Scelta azzeccata. Lavoro molto sull’aspetto interiore, cercando di ascoltare il linguaggio del mio corpo. Scopro che possiamo dialogare. Diventiamo amici io e me stesso. Imparo a tenere il ritmo voluto con una buona regolarità. Mi vedo già sul podio della Bora.

Pietro ha l’uggia. Comincia a pensare di vendere il pettorale.

Il Coach ordina di fare una gara “lunga” verso fine novembre. Io da buon allievo eseguo. Individuo il Trail del Cinghiale che sembra perfetto per nome, lunghezza, dislivello e location (elencati in ordine di importanza decrescente). Mi iscrivo, mando la foto del certificato di iscrizione a Pietro e mi immagino il solito protocollo. Invece questa volta c’è un bug nel sistema e Pietro non mi segue. Ma non lo prende proprio nemmeno in considerazione. Mai. In zona Cesarini si aggiungerà invece il buon Marcello Villani. Graditissima sorpresa e ottima compagnia. La gara va decisamente bene, le sensazioni sono molto buone, ma purtroppo lascerà uno strascico piuttosto antipatico. Una distorsione alla caviglia sinistra pregiudicherà la preparazione per quasi tutto il mese di dicembre. Non riesco più a correre oltre 12Km senza incorrere in fastidi muscolari. Inizio a mettere in dubbio la mia partecipazione alla Corsa della Bora. Ma per fortuna che il buon Dio mi ha fatto conoscere Claudio Maggi, molto di più di un fisioterapista…un guaritore.  Mi impone le sue sapienti mani. Continuo ad aggrapparmi al Cauto Ottimismo. E funziona. La situazione migliora rapidamente e tra Natale e Capodanno riesco a correre 120Km senza particolari fastidi.

Intanto altro colpo di scena in zona Cesarini. Sempre lui, il buon Pandino al secolo Marcello Villani, decide di aggregarsi alla spedizione. Qualche giorno di finta riflessione ed il 31/12/2018 fa il bonifico. Anche lui è dentro.

Due giorni prima di partire ho già preparato tutto: Zaino (Osprey Duro 15), Borsa per la base vita e Valigia. Mi devo solo cambiare, riempire le borracce e posso partire…anzi no, devo ancora preparare le tigelle ed i tortellini: due fantastiche alternative a gel e barrette.

Il venerdì mattina passo a prendere Pietro alle 9:15. È più cari’o di una Powerbank. Dubbi, tensioni e paure sono svaniti. Vada come vada, finalmente la voglia di divertirsi ha preso il sopravvento. Con questa filosofia, qualunque cosa accada, nessuno strapperà mai il sorriso dalle nostre brutte facce. Arriva addirittura a fare una promessa solenne: “Se arrivo alla fine, appendo le scarpe al chiodo!” ...dovrà correre fino ai suoi ultimi giorni di vita.

Ore 9:25 siamo a casa del Pandino. Pit stop da Formula 1 e ripartiamo. Marcello è una persona veramente speciale e durante il viaggio ci racconta con una semplicità disarmante molte delle sue esperienze di Alta Montagna, di Ultratrail e di Parapendio. Sana invidia. Pietro se la dorme comodamente sui sedili posteriori.

Non sono ancora le 14:00 che siamo nel parcheggio dell’albergo. Prima di prendere possesso della camera andiamo a fare un carbo-load in pizzeria. Incontriamo i primi colleghi di avventura. Sistiana inizia ad essere invasa da Trailrunner. Il weekend prevede un ampio programma di gare:

Noi siamo ovviamente iscritti alla Ultra e siamo stati inseriti nel gruppo con partenza alle ore 07:00.

Andiamo al Bora Village allestito in zona partenza-arrivo. Siamo un’ora in anticipo rispetto all’apertura, ma è già possibile ritirare pettorali e pacco gara. Espletiamo tutte le pratiche. Sono le 15:30, la giornata è bellissima ed abbiamo ancora un paio di ore di luce a disposizione. Pietro non è mai stato da queste parti quindi non posso esimermi dal portarlo a visitare il Castello di Miramare. Il tramonto è fantastico. Camminiamo ognuno per conto proprio, ormai la tenZione pregara comincia a prendere vita nei nostri corpi. Sappiamo che presto se ne impossesserà in modo demoniaco.

 

Ci rimane il tempo di fare anche un salto a Trieste città, per far vedere a Pietro una delle piazze più belle d’Italia: Piazza Unità d’Italia.

Torniamo in albergo dove dobbiamo allestire le sacche che ci faranno trovare in Base Vita al Km85. Purtroppo, non accettano le nostre sacche e quindi dobbiamo adeguarci ai volumi imposti. Pietro se la dorme sul letto.

Alle 19:30 siamo nuovamente al Bora Village a consegnare le sacche. Fa freddo, troppo per aspettare il briefing. Ci dicono che lo possiamo seguire in streaming, quindi ci fiondiamo nel caldo della pizzeria. Il menù ormai è standard: Pizza, Birra e tenZione pregara. A fine pasto facciamo una graditissima conoscenza, il Pelinkovac, un digestivo prodotto con la macerazione dell’Assenzio nel distillato di vinaccia istriana. Non so se rientri tra le sostanze dopanti. In caso affermativo, allora squalificateci tutti e tre!

Pelincovaz

Ed eccoci nei nostri letti. Sveglia puntata alle ore 05:00. Alle 5:30 abbiamo la colazione che ci aspetta. Già perché da queste parti la mentalità del lavoro è un po' diversa. L’albergo garantisce la colazione sia a coloro che si alzeranno alle 03:00 del mattino per la prima partenza delle 05:00, sia a quelli che insieme a noi si alzeranno alle 05:00 per la partenza delle ore 07:00. Chapeau. Pietro e Marcello svengono immediatamente nei loro giacigli, mentre io mi rilasso ascoltando un po’ di musica.

Sono il primo ad alzarmi per una rapida doccia. Scendiamo per la colazione che abbiamo il piacere di condividere con quella grandissima atleta che è Cristiana Follador. Sempre sorridente e piena di vita. Noi invece stiamo in “timoroso” silenzio. La TenZione inizia a farsi sentire sempre D+. La voglia di parlare crolla drasticamente. Risaliamo e finiamo di prepararci. Io curo particolarmente i piedi, utilizzando per la prima volta del nastro per evitare la formazione di galle (anche se non è un problema di cui soffro, ma vista la distanza da percorrere, voglio qualche garanzia in più) e un gel antisfregamento. Mentre scrivo, percepisco nuovamente la tensione di quei momenti. Ed è una sensazione bellissima. Si entra in uno stato di profonda concentrazione, è il momento in cui chiudiamo i rapporti con il mondo esterno ed iniziamo un viaggio introspettivo che, almeno per me, durerà fino ad un paio di giorni dopo la gara. Cambia il modo con cui processiamo le informazioni che percepiamo dall’esterno. Cambiano le priorità che diamo alle cose: noi diventiamo la nostra priorità. E forse questo è uno dei motivi per cui mi sono innamorato di queste gare: impariamo a conoscere noi stessi, i nostri limiti e gara dopo gara, allenamento dopo allenamento, ad espanderli.

Ma eccoci al Village. Appena scendiamo dalla macchina conosciamo un altro pisano che parteciperà alla gara, Andrea Buoncristiani. E che gara che farà!

C’è molta concentrazione tra i centomiglianti e forse complice anche il freddo, si parla poco. Eseguiamo la punzonatura di rito e verifichiamo che i GPS di cui ci hanno fornito, siano correttamente accesi. Già, questi piccoli strumenti permetteranno ai nostri milioni di fans di seguirci in diretta e agli organizzatori di smascherare eventuali tagliatori. Con Pietro e Marcello ci diamo il “cinque” e forse l’imbocca al lupo. Non ricordo, ormai sono in un altro mondo. Ognuno preparerà la partenza a modo proprio.

Ci schieriamo sotto al gonfiabile. Io gioco a fare il Toprun e mi metto davanti, così strappo anche qualche scatto “famoso”. Per qualche misero frame, finirò pure sul video ufficiale passato da Sky Sport 24. Sono concentrato, eccitato e grato di essere lì. Vada come vada.

Ultime raccomandazioni degli organizzatori: “dopo Golac (Base Vita) rimanete sempre sul sentiero perché ci sono molte foibe…al confine con la Croazia correrete alcuni Km accanto al filo spinato, quindi fate attenzione a non caderci dentro!” …tanto per dare una strizzatina alla tenZione, qualora ce ne fosse ancora di bisogno.

Conto alla rovescia e finalmente iniziamo il viaggio. Mesi di preparazione, di sogni, di organizzazione, di timori, di infortuni si condensano e svaniscono in un “puf”. Tutto quello che fino ad ora era vissuto solo nell’immaginazione, adesso è lì. È reale.

Da questo momento serve soltanto concentrazione e dialogo tra io e me stesso.

Il gruppetto dei veri TopRunner si stacca subito e tiene un passo leggermente più veloce. Scendiamo verso il mare. È ancora buio ma io non uso la frontale. Parassito la luce degli altri per una ventina di minuti, in attesa che sorga il sole. Ci immettiamo sul sentiero che corre parallelo alla costa. Albeggia. Un vero spettacolo della natura. Peccato che duri per pochi minuti, fino a quando il sentiero piega sull’interno abbandonando la costa e cominciando a salire. Il gruppo si allunga rapidamente e si spacca in tanti piccoli frammenti. Io mi ritrovo in un frammento di 6-8 persone tra cui spicca un runner abbigliato in camicia a maniche corte. Ora io non soffro il freddo, ma lui mi batte. Parliamo per alcuni Km. Questa parte collinare è molto carina. Peccato che la giornata sia un po' uggiosa, con cielo completamente coperto di nuvole. La temperatura è accettabile, ma qualche raggio di sole avrebbe giovato sia ai colori della natura, che alla nostra temperatura corporea.

Il tratto è molto “correvole” e noi lo corriamo, fino a quando ci imbattiamo in una salita breve ma ignorante, in fianco ad alcuni tralicci della rete elettrica. Ecco, lì camminiamo. Anche il nostro frammento si frammenta ulteriormente. Rimaniamo in quattro.

Sono concentrato sulle due cose essenziali che dovrò fare con regolarità per tutta la gara: mangiare (una volta ogni ora) e bere (una borraccia di acqua ogni ora).

Intanto, tra una chiacchiera e l’altra, i primi 20Km se ne sono andati ed arriviamo al primo ristoro in località Gorjansko. Stando alle testimonianze trovate su internet mi aspetto dei ristori spettacolari, con prodotti tipici e tanta birra. Mi appropinquo quindi ben disposto e curioso, ma ci rimango un po’ male. Riempio le borracce e riparto.

Il nostro gruppetto di quattro persone fa come lo Shuttle e perde un altro pezzo. Rimaniamo in due, io ed un altro Ultrarunner dal bellissimo zaino griffato Cars. Lui ha un ottimo passo, ma anche io ho un ottimo passo. Quindi a rigor di logica abbiamo due ottimi passi. Nello specifico però abbiamo anche lo stesso passo. Parliamo e facciamo conoscenza. Lui si chiama Filippo, io Gabriele. Piacere. Comincio a notare che più o meno conosce ed è conosciuto da tutti. Passiamo un concorrente che lo chiama per cognome: “Remadooooorrr” con la stessa fonica di “J’adooorrreee”. Remador?!? Quel Remador??? Naaaaaa, dai!!!  La sua fama di “cagnaccio” da alta montagna lo precede. Lo Zatterone lo conosce bene. Capisco subito di avere l’occasione per imparare molto da una persona decisamente più esperta di me.

Non siamo ancora a tre ore di gara che iniziamo a raggiungere i primi “camminatori” partiti alle 05:00. Hanno degli zaini enormi, viene da pensare che abbiano offerto un passaggio anche a tenda e sacco a pelo. Qualcuno, non a caso, sembra già piuttosto affaticato. La maggior parte di loro però è gente allegra (...il ciel l’aiuta!): scherza, fa foto, saluta. Il più simpatico di tutti ci battezza così “voi andate più forti perché avete dormito due ore D+...siete più riposati”. Troviamo un gruppo nutrito, saranno una decina di persone, che arrivati ad un incrocio a “T” va in crisi... si spacca, qualcuno gira a destra, qualcuno a sinistra...alcuni rimangono fermi e i più audaci seguono me e Remadooooorrrrrr. Noi facciamo la cosa più banale, ovvero seguiamo le balise (fettucce, marcature del percorso, marcavia, strisce bianche e rosse, insomma avete capito). Dopo pochi minuti, sentiamo qualcuno di quelli rimasti dietro urlare a squarciagola “Tornate indietrooooo!!!” Non credo che si riferissero a noi, rimane il fatto che di loro non abbiamo più avuto notizie. La notte potrebbero aver girato un nuovo episodio di “The blair witch project”. Stay Connected.

Troviamo un altro fan di Filippo. Ricordo bene anche il pettorale, ma non lo citerò per il rispetto delle rigide norme sulla privacy. Buffissimo. Si mette al nostro passo per qualche decina di metri. Poi rimane indietro fino a quando inizia una discesa. Io e Pippo scendiamo tranquilli lasciando andare le gambe (non siamo ancora al trentesimo Km), lui invece ci passa a tutto fòò!!! Finita la discesa lo riprendiamo e Filippo gli fa un tenero ed amichevole cazziatone sulla sua tecnica di discesa. Lui metabolizza, rimane indietro, poi fa una progressione, ci raggiunge, sta con noi qualche altra decina di metri, poi si dissolve nel nulla. Le opzioni sono:

Abbiamo un ottimo passo, ma su una salita arrivano da dietro (per forza...) due sloveni che ci passano ed allungano. Dopo qualche minuto il buon Remadoooorrr mi chiede notizie dei due...però, così èèè... non che gli interessi noooooooo...io gli dico che li ho appena visti un po' più avanti, forse due minuti...ma anche a me non interessa niente...nooooooooo. Perché noi non siamo garosi. Ovviamente li riprendiamo, facilitati anche da una loro sosta al bagno. Li passiamo e li dimentichiamo dietro. Perché noi non siamo garosi. No, no, no.

Tutta questa prima parte di gara si sviluppa lungo il confine tra Italia e Slovenia. Incontriamo spesso dei cartelli che indicano il confine di Stato. Attraversiamo due bellissime Riserve: La Riserva Naturale del Monte Lanaro e la Riserva Naturale del Monte Orsario. Sparse in qua e in là qualcuno ha disseminato mucche al pascolo. Una in particolare è un po' strana...ha un corno rivolto verso il basso. Buffitudini della natura!

Sembriamo due neo-fidanzatini. Ma ormai ci siamo conosciuti, i preliminari sono andati, e adesso dobbiamo conoscerci meglio. Dunque, è il momento di mettere a nudo i nostri progetti, le nostre intensioni. Inizia lui con un “mi piacerebbe finirla nelle 30 ore, sarebbe un bellissimo risultato”. Io approvo e confermo subito “anche io, è il mio stesso obiettivo!”. Bene, adesso la pillola va addolcita. Lui “però l’importante è finirla”. Io “assolutamente, anzi la cosa più importante è arrivare alla fine, poi se stiamo nelle trenta ore, sarebbe fantastico”. Mentiamo sapendo di mentire. Entrambi vogliamo ardentemente stare sotto le trenta ore. Adesso che abbiamo scoperchiato il vaso, io vado anche oltre. Comincio a fare qualche acerbissima proiezione nella mia mente malata...”dunque...al momento saremmo addirittura su un passo da meno di 22 ore, ma considerando la notte, il freddo, le salite e la stanchezza, sogno un arrivo nelle 26-28 ore”. Per adesso però tengo tutto per me, non mi sbilancio.

Tra calcoli&chiacchiere il tempo scorre via veloce e in 5h arriviamo al secondo ristoro al Km39.  Siamo a Fernetti, ed il quarto è solo mezz’ora avanti a noi. Il ristoro ci propina più o meno le solite cose del primo, con l’aggiunta di uvetta, noci e poco più. Il ristoro successivo sarà tra 25Km quindi decido di mettere un litro di acqua anche nella Camel Bag. Intanto Filippo si avvia di passo. Io lo seguo a due minuti di distanza e decido di mandare qualche messaggio ai miei numerosi fans. Prendo il cellulare, ma come succede spesso in questi casi, mi ha abbandonato. Tutto nero, non si riavvia nemmeno. Morto. Lo ripongo là da dove lo avevo preso e corricchiando recupero Filippo.

Dopo un breve tratto di asfalto, sulla sinistra, ritroviamo il sentiero. Poco più avanti ci troviamo a dover attraversare i binari della ferrovia. Così, come nulla fosse. Guardiamo a destra e a manca, tutto libero. Ciufff Ciufff non ne sentiamo, allora andiamo. Dopo poco il sentiero torna molto corribile. Siamo su un lungo tratto di forestale, bella larga. La saggezza di Filippo inizia a zampillare.

Dalla Prima lettera di Filippo a Gabriele. “1Stiamo andando troppo forte, dobbiamo rallentare un po', 2altrimenti rischiamo di crollare stanotte o domattina. 3La notte sarà dura e difficile, perché farà freddo, perché la notte comunque si corre più piano e perché la parte più impegnativa l’affronteremo al buio e sarà dopo la Base Vita”. “4Vedrai che i Top Runner faranno la differenza stanotte”. “5Sarà importantissimo stare insieme la notte”. Lui l’ha già corsa due anni fa, anche se nel senso contrario. Da buon discepolo seguo alla lettera ogni versetto. Mi permetto di rivendere un’indicazione del Bussino “Queste gare qua iniziano al 120esimo Km”. Lui conferma, io mi sento ganzo.

Ogni tanto interrompiamo la corsa e intervalliamo con tratti di 1-2Km a passo svelto. Colgo l’occasione per offrirgli anche una tigella farcita con formaggio. Accetta di buon grado. È vero che fredda fa un po' pillo, ma si rivelerà un ottimo corroborante, al pari dei tortellini consigliatimi dal buon Daniele Rundi Guidi. Mentre ci godiamo le nostre tigelle, faccio notare come si stia mantenendo un ottimo passo e che al momento, come proiezione, saremmo addirittura sotto le 24h. Se la ride e mi invita a non prendere minimamente in considerazione quei tempi. Alle 24h non ci credo nemmeno io, ma tra le 26h e le 28h, beh, mi piace sognarle...lui continua a sposare il Cauto Ottimismo e ripete “Stare sotto le trenta ore sarebbe un bellissimo risultato”.

Iniziamo una lunga discesa, segnalata come veloce, che ci accompagnerà fino al prossimo ristoro. Così dice l’altimetria. E in effetti scendiamo veloci.

Mi racconta come un anno fa si fosse rotto il tendine di Achille. Oggi è qui con me a fare una cento miglia. Estika! Complimenti et Ammirazione.

Nel frattempo, ci accorgiamo che i 25Km che avrebbero dovuto separare i due ristori li avremmo già percorsi, o almeno così direbbero i GPS, ma del ristoro non vi è traccia. Anzi, siamo ancora in zone boscosamente boscose. Lui è a corto di acqua. Io gli offro un po' della mia che ho nella camel bag. Ciuccia & Ringrazia.  Dopo circa 2Km vediamo delle case, ci illudiamo di essere arrivati. Ci illudiamo appunto, perché le balise ci portano su un altro sentiero ancora. Iniziamo ad innervosirci. Non che ci manchino Food & Beverage, in coppia ne abbiamo a sufficienza. Quello che dà fastidio è quando saltano i riferimenti dati dalle mappe. Queste gare, mentalmente si reggono sulla frammentazione in piccoli traguardi, tipicamente da ristoro a ristoro. Una gara così lunga non la si affronta certamente pensando a quanti km ci separino dalla fine. Quando il ristoro non lo si trova al Km programmato, la mente non gradisce molto ed il soggetto inizia ad innervosirsi. Figuriamoci se oltretutto il soggetto in oggetto si trova a corto di acqua. Meglio stare alla larga da quel soggetto...e anche dall’oggetto.

Il nuovo sentiero è breve e sfocia su una strada. Ci viene in contro un tipo sorridente che si complimenta con noi. La domanda è una sola. La risposta è celere...mancano 150 metri, passate sotto la ferrovia e lì c’è il ristoro. Era l’ora. Scopriamo come questo stint sia stato allungato di 2Km abbondanti a causa dell’inagibilità di un tratto di sentiero programmato. Magari dirlo prima della partenza poteva essere un’idea...così...

Brgod, terzo ristoro. Km64, no anzi, Km66 abbondante. 8h30’. Entriamo dentro ad un tendone, è riscaldato. Ci sono parecchi runners. C’è anche Andrea, l’altro pisano. È piuttosto nervosetto, perché  è rimasto senza acqua negli ultimi km, quindi ha sofferto parecchio...non ha gradito molto questo “regalo” di km.

Abbiamo a disposizione un pasto caldo. Questo è un ristoro serio. Provo a prendere dei crauti con fagioli, ma il mio stomaco non gradisce quel sapore forte e quindi baratto il tutto con un più semplice riso ai piselli. È più commestibile, lo considero materiale corroborante e quindi butto giù. Ci sarebbero anche le salsicce, ma non mi vanno. Mi regalo un biscottino al cioccolato e un po' di uvetta. Sul tavolo c’è anche una bottiglia di grappa che mi guarda. Io la guardo e le dico che sono astemio. Lei non mi crede, però capisce che la mia è una bugia detta a fin di bene. Riempio le borracce, rabbocco la camel, prendo le bacchette e ripartiamo.

Saliamo su un single track semi erboso. Recuperiamo Andrea il pisano, che è seduto e sta litigando con le scarpe. Lo passiamo, lui riparte e si unisce a noi. Rimane per un paio di Km a farci compagnia, poi allunga. Noi andiamo cauti e ci preserviamo per la notte. Lui va forte, in bocca al lupo!

Sul finire della giornata si ricorda di noi pure il sole. Ed è subito amore.

Saliamo fino a 900 metri di altitudine. Il sole, sbucato da poco, inizia a calare e con lui anche la visibilità. Prendiamo le frontali aiutandoci a vicenda, senza dover togliere gli zaini. Uno degli aspetti positivi del correre in coppia. Inizia un’altra lunga discesa corribile. La temperatura dell’aria cambia rapidamente e quel bel tepore del sole ci abbandona per un meno simpatico freddo-umido, come dire, fastidiosetto. Le fettucce bianche e rosse non sono rifrangenti e quindi si vedono con difficoltà. Gli organizzatori però hanno trovato uno spray di colore argento che è invisibile di giorno ma riflettentissimo di notte. Figata! Si riesce a notare anche se illuminato da 100 metri di distanza. Ogni tanto ci sono anche delle fettucce rosse con catarifrangente al centro, ma sono piuttosto sporadiche. Fino ad ora il balisaggio rasenta la perfezione. E se lo dico io...

La Base Vita è data al Km85, ma considerando l’allunga, ci aspettiamo di trovarla al Km87-88. A mano a mano che ci avviciniamo iniziamo a fare il TotoLuce, ovvero la gara a chi indovina quale luce sul monte corrisponderà al Ristoro. In qualche modo bisogna passarlo il tempo...

Programmiamo quella che dovrà essere la sosta in Base Vita. Ci diamo dai 30’ ai 45' per cambiarci, mangiare e dare un po’ di riposo alle gambe.

Dalla Seconda Lettera di Filippo a Gabriele “1Il riposo che noi daremo ora alle gambe, 2loro ce lo restituiranno domani mattina

Golac, Base Vita. Km88, 12h6’. Arriviamo belli come il sole. Badgiamo l’ingresso. Siamo ad 1h dal quarto in classifica.

Recuperiamo le nostre borse con i cambi. Sono fuori al freddo e all’umido, fantastico! Entriamo nella struttura dove non fa poi così caldo. Dopo la nefasta esperienza al CRO decido per prima cosa di cambiarmi e poi di andare a mangiare. Esplodo il contenuto della borsa sul lettino e recupero subito l’asciugamano per asciugarmi. Mi infilo immediatamente la maglia smanicata&aderente, in assoluto per me l’indumento più importante. Ma in quel momento si consuma il mio dramma: è freddissima e peggio ancora umida. Da lì ad entrarmi il freddo è solo una questione di decimi di secondo.

Vicino al mio lettino c’è un supporto legnoso a quattro zampe sulla cui superficie superiore GIACCIONO fette di pane e dell’ottimo salame di tipo felino. Li assaggio. Li mangio. Li rimangio. Vicino al mio lettino c’è un supporto legnoso a quattro zampe sulla cui superficie superiore GIACEVANO fette di pane e dell’ottimo salame di tipo felino.

Nel mentre arrivano altri compagni di fatica ad occupare gli ultimi lettini rimasti, io finisco di vestirmi e cerco di scaldarmi con una ampia e complessa litania di imprecazioni. Raggiungo Filippo ai tavoli dove dovrebbero servirci il pasto caldo. Ma ho freddo, mi è entrato nelle ossa e quasi mi viene da battere i denti. Vedo il mio compagno di viaggio con davanti due salsicce, però è agitato. Mi chiede di ordinare e sollecitare le minestre alla diversamente giovane padrona del luogo. In quel momento non realizzo. Cerco e inseguo l’anziana signora, provo a braccarla ma mi sfugge come un’anguilla. Io so come si pescano le anguille e quindi riesco ad allamarla e a sollecitare l’ordine. Lì capisco che anche il mio compare non ha ancora mangiato...è da una mezz’ora che aspetta. Ecco spiegato il suo nervosismo. Mentre aspettiamo provo a rianimare il cellulare, il quale come se nulla fosse si riaccende e si mostra disponibile ed operativo. Me la cavo con circa 150 messaggi da leggere. Snocciolo gli ultimi. Purtroppo, apprendo che Pietro si è ritirato, ma non si sanno ancora le cause. Faccio un audio per aggiornare i miei numerosi fans. Nel frattempo, Filippo mi offre metà delle salsicce che ha davanti a sé. “Ma le hai ordinate te?” chiedo...”no, erano qui sul tavolo, le avranno lasciate quelli prima di noi...” risponde lui. Sono fredde, ma saporite. Appena finiamo di leccare il vassoio, arriva la minestra. Mangio la minestra, ma avrei anche potuto saltare dalla finestra...il mix freddo-caldo è una procedura ormai certa per congestionare il mio debole stomachino. Mi salvano “2 metri di libertà”, cioè il bagno libero a 2 metri di distanza. Essendo in questo caso una reazione freddo-caldo e non viceversa, me la cavo con una scarica di defecathio. Strano ma vero, appena esco dal bagno mi passa il freddo.

Torno al mio lettino e preparo lo zaino per la seconda parte del viaggio. Creo un’unica palla con tutto quello che non mi serve usando i vestiti sudati come collante. Presso il tutto dentro alla sacca e la vado a riconsegnare: il loculo di riconsegna è in un locale riparato. Cioè, spiegatemi meglio questa cosa...

È passata un’ora e mezzo da quando siamo arrivati in base Vita.

Riempio le borracce con acqua e su suggerimento del mio collega, la camel bag con thè bollente.

Zaino in spalla, racchette in mano,

Badgiamo l’uscita e ripartiamo. 

Fa freddino, quindi riprendiamo a passo svelto ma senza correre. La pensa diversamente una giovincella che riparte subito sgambettando. Noi la seguiamo, ma ci porta su una brutta strada. Saliamo su bitume fino ad un bivio senza balise, né a destra né a manca. Perfetto, potevamo ripartire meglio. Torniamo giù e troviamo il punto del misfatto. Imbocchiamo il sentiero che in questo tratto è largo e ben percorribile. Uno degli ultimi. Ormai siamo alle porte del Carso, quello vero, quello ignorante. Dobbiamo salire fino al punto più alto del viaggio, di poco oltre i 1100m. L’erba inizia a ghiacciarsi e a diventare croccante. Fa freddo. Alzo gli occhi al cielo e rimango a bocca aperta. Stelle, stelle e ancora stelle. Un vero spettacolo della natura. Di sicuro non c'è inquinamento luminoso. Il fondo inizia a cambiare. Pietre & Paleo in perfetto stile Apuanico. Incontriamo parecchie foibe di lato al sentiero. La maggior parte sono segnate con nastro bianco e rosso per tutto il perimetro. Provo a guardare dentro ad alcune e sono piuttosto profonde. Caderci dentro non sarebbe una bella esperienza. Meglio rimanere nel sentiero. Ci avviciniamo alla vetta, finisce il tratto di bosco e rimaniamo scoperti, prede di un venticello teso che porta il freddo direttamente dentro alle ossa.  Ogni tanto continuo ad alzare lo sguardo al cielo, copro la frontale con una mano ed ammiro lo spettacolo. Wowww.

Scolliniamo ed iniziamo a scendere. Ci avevano messi in guardia sull’inversione termica, ovvero più caldo in quota e più freddo nelle valli. Previsione azzeccata. Mentre scendiamo, la sensazione di freddo aumenta costantemente. Le mani sono quelle che subiscono di più. Filippo si mette i guanti da sci, io doppio paio di quanti, ma le punte delle dita continuano a ghiacciarsi. Ogni tanto sono costretto a mettere le mani nelle tasche per trovare sollievo. Ci rendiamo conto di avere il Jolly con noi, ovvero quei due litri di Thè caldo che giacciono nella mia camel bag. A parte il mantenermi calda la schiena, ci consentirà di immettere roba calda nello stomaco, per tutto il resto del viaggio. A dire il vero per un tratto diventerà anche la mia unica fonte di approvvigionamento idrico visto e considerato che mi ghiaccerà l’acqua nella cannuccia delle borracce rendendole inutilizzabili fino al ristoro successivo. Così ho imparato a risoffiare l’acqua all’interno della borraccia dopo aver bevuto. E magari, per la prossima volta, a rivestire la cannuccia con isolante termico.

L’inizio del filo spinato indica che siamo arrivati al confine con la Croazia. Ora, badate bene, non stiamo parlando del comune filo spinato a cui siamo abituati. Questa è roba seria. Il filo madre ha un diametro di un paio di centimetri ed al posto degli spunzoni ci sono delle lamelle taglienti che non promettono assolutamente nulla di buono. Il tutto strutturato in una bobina alta circa un metro e mezzo da terra. Ecco, noi gli corriamo proprio accanto accanto, vicini vicini. Caderci dentro sarebbe da citrulli, ma...

Podgorje, Km 105, 17h10’. Il ristoro è una struttura un po' più arrabattata rispetto alle altre. Ci sono 5 o 6 lettini, un tavolino con le solite cose da mangiare, una stufetta e cianfrusaglie varie che lo fanno sembrare una rimessa di attrezzi riadattata per l’occasione. Magari lo è. Però è funzionale, quindi va bene così. Su un lettino ci sono due persone avvolte in altrettante coperte termiche. Stranamente sono amici di Filippo. Si sono ritirati, non stanno bene. Noi facciamo una sosta molto rapida, perché fuori fa veramente freddo e se ci ghiacciamo sarà più dura ripartire. Il tempo di risistemare il comparto idrico. Cominciamo a trovare acqua calda, ottima cosa. Rabbocco la camel con thè bollente e ripartiamo.

È uno dei momenti più freddi e più difficili di tutto il viaggio. Io sono equipaggiato nel modo seguente:

...e non sto soffrendo il caldo.

Ci aspetta il tratto che temo D+. Per tre volte dobbiamo salire e scendere un dislivello di 400 D+ in pochi km. La bella notizia è che le gambe stanno benissimo, la caviglia è stata perfetta, mai nemmeno il minimo accenno di dolore. Da quando però siamo su terreno carsico, soprattutto nelle discese, vado molto prudente. Ho paura inconsciamente di girarmi la caviglia e rovinare tutto. Mi dispiace, in certi tratti, costringere Filippo ad avere un po' di pazienza per aspettarmi.

È notte, e la notte si sa, è fatta per dormire. Vedo Filippo che appoggia la testa ad un albero. Penso che non si senta bene e pongo la più scontata e banale delle domande “tutto bene? Ti senti male?” “no no, tutto a posto, ho sonno aspetta un minuto...”. Microsonno di due minuti e ripartiamo.

Ormai è da diversi Km che non troviamo più lo spray magico riflettente. Le fettucce con catarifrangente sono poche. Quelle bianche e rosse si vedono molto male. Durante la notte andremo fuori traccia almeno una decina di volte, forse anche di più. A volte per leggerezze nostre, ma altre per un balisaggio fallace. Sicuramente alcuni tratti sono stati sbalisati perché molte fettucce sono a terra. In alcuni tratti addirittura sono state spostate le balise: ci troviam più di una volta a dei bivi dove le fettucce sono sia a destra che a sinistra. Ovviamente dobbiamo andare per tentativi. Troviamo diversi concorrenti sul percorso andati fuori traccia. Questo ovviamente non è ascrivibile all’organizzazione, però se tutto il percorso, o almeno per la parte che dovevamo percorrere di notte, fosse stata segnata con lo spray magico, non ci sarebbero stati problemi. È vero anche che quando siamo in più di uno si tende ad essere meno attenti forse perché inconsciamente si pensa che un eventuale errore venga corretto dagli altri. Ma non sempre è così, anzi, spesso è vero il contrario. La stanchezza poi, riduce la lucidità. Queste non sono scusanti, ma semplicemente quello che è. Punto. Ed è frustrante ogni volta che si scopre di essere sulla strada sbagliata.

Nel corso di uno dei tanti smarrimenti, troviamo due compagni di viaggio con i quali condivideremo gran parte dei km rimasti, compreso uno dei lunghi più lunghi di tutti. Durante questo “lungo” si scaricano anche le batterie del mio Suunto. Nello zaino ho la powerbank ma siamo vicini al ristoro e decido di metterlo in carica una volta arrivati lì.

Dolina, Km 124 ma in realtà Km 130, 22h12’. Mentre arriviamo in paese vedo una fontanella e realizzo come quello sia il primo punto acqua naturale che incontriamo dall’inizio del viaggio. Arriviamo al ristoro. Questa volta siamo in un tendone militare, gestito da militari. Sui lettini c’è un ragazzo che se la dorme beato. I militari non sono molto loquaci. Collego il Suunto alla Power bank e lo riaccendo. Il ristoro è una fotocopia degli altri. Mangio pane e salsiccia. Ottima sul momento, meno quando riprendiamo a camminare. Filippo vorrebbe riempire la borraccia di thè, ma lo sforzo è vano. Il thè è finito. I militi si muovono per prepararlo nuovamente. Sui fornelli, hanno una teglia con almeno 10-15 litri di acqua bollente, ma loro riempiono il bollitore del thè con acqua fredda ed aspettano che si scaldi con la resistenza interna. Boh, avranno avuto i loro motivi...dopo 5 minuti l’acqua è appena tiepida, non possiamo aspettare. Io riempio le borracce con acqua calda e ripartiamo.

Adesso ci aspetta lo strappo più duro. Unica consolazione è la vista spettacolare di Trieste illuminata. Ormai la vediamo lì vicina, ed il pensiero che manchino “soltanto” poco più di 30Km all’arrivo mi regala in incauto ottimismo. Spesso tendo ad essere vittima del “semplificatore di situazioni” ovvero quell’insieme di pensieri eccessivamente ottimistici che poi portano a fare delle stime e valutazioni che risultano fallaci.

La salita è tosta, a tratti sembra di essere nel Vallone dell’Inferno in ascesa verso la Pania. Però la gamba sta ben e salgo senza grossi problemi. Scolliniamo, e qui vengono fuori i problemi. Dobbiamo scendere per circa due chilometri in un simil ravaneto piuttosto pendente con sentiero che scende a zig-zag. Solo e soltanto ciottoli. Tratto insidioso e non privo di pericoli. La mia caviglia sinistra bersaglia il mio inconscio con un loop di messaggi “fai attenzione-vai piano”. Scendo cauto. Circa a metà discesa, sopra di me, vedo un collega che sta annaspando fuori traccia. Cerco di guidarlo per riportarlo sulla diritta via, ma dopo un paio di minuti devo abbandonarlo al suo destino perché gli altri sono già molto avanti. Cerco di accelerare, nel limite del possibile, per rientrare un po'.

Finisce la discesa spacca piedi e ricomincia subito la salita. L'ultima. I riferimenti chilometrici della cartina altimetrica sono completamente saltati. Quanti km abbiamo percorso e soprattutto quanti ne manchino all’arrivo sono dati avvolti nel mistero.

Il morale inizia a risalire. “La notte sta finendo (paparapàpappà) e il freddo se ne va...” Cantano i Righeira.

Finalmente albeggia, il sentiero ritorna docile. Faccio colazione con qualche tigella in attesa del ristoro.

Qui soffro di una allucinazione bella e buona. Prendo il cellulare per controllare i messaggi. Sono convintissimo di aver letto un messaggio di Marcello dove mi scrive di essersi ritirato. Anche ora, mentre scrivo, ho in mente l’immagine di quel messaggio. Al termine della gara, scoprirò non solo che lui non si è ritirato, ma soprattutto che non ha mai scritto quel messaggio e che ovviamente quel messaggio non è presente sul mio telefono.

Facendo una media ponderata tra i computer del gruppetto, dovremmo essere intorno al km140. Mi lascio scappare una frase importante “se al ristoro mi dicono che siamo al Km 132 gli do una testata”.

Draga, Km132 ma in realtà Km140 circa, 24h41’. Piccolo tratto di salita su bitume e in mezzo ad alcune case troviamo il ristoro. Entriamo e io pongo subito la fatidica domanda “ma a quale chilometro siamo?” “132esimo” mi risponde un tizio con un tono che sa di scontato. Pratico brevemente l’Om e mi sforzo di non dare seguito all’intenzione pronunciata pochi minuti prima. “ma a noi risultano circa 140Km” ribatto io “sì, a tutti tornano più o meno 140Km. In realtà è più lunga. Dovrebbe essere 171Km”. Finalmente qualche notizia più veritiera. Primo ristoro dove troviamo il brodo caldo. Me ne faccio un bicchiere. Non ho molta fame, quindi mangio poco, riempio borracce e camel con il solito thè caldo e mi preparo per ripartire. Il peggio ormai è passato, ora dobbiamo soltanto macinare gli ultimi km...road to Sistiana!

Ripartiamo e pronti via sbagliamo nuovamente. #ettipareva.

I sentieri tornano ad essere larghi e corribili. Quindi torniamo a corricchiare nuovamente, anche se i muscoli delle gambe sono ancora induriti dal freddo della notte. Incontriamo qualche altro collega e gli apripista della gara media. Il mio stomaco decide che è arrivato il momento di scaricarsi. Avverto Filippo della mia sosta e vado a cercare il bagno nel bosco. La sosta è lunga, dura circa 5 minuti. Mi rimetto in viaggio e siccome il sentiero si fa correre, io lo corro. Forse esagero. Nel giro di 2-3Km ritrovo Filippo, ma allo stesso tempo salta fuori un dolorino al ginocchio sinistro. Rallento nuovamente il ritmo ed il fastidio sparisce. Ma sarà un campanello di allarme.

Intanto i sentieri iniziano ad essere popolati di compagni di viaggio, fotografi, camminatori autodidatti, crocerossini e crocerossine. Questo netto contrasto con i 140Km abbondanti precedenti, ci fa saltare agli occhi ed alla mente come lungo tutto il percorso, almeno fino a lì, non avessimo trovato un solo volontario che fosse uno, dell’organizzazione. Eppure, abbiamo affrontato anche diversi tratti pericolosi.

Ma adesso siamo sul bellissimo sentiero che sovrasta Trieste, la mattinata è fantastica. Ci accoglie un bellissimo sole che illumina e fa risplende la città ed il suo mare in tutta la loro bellezza. La voglia di fermarsi ad ammirare e godere quel panorama meraviglioso è tantissima, ma il nostro cervello è programmato per una cosa sola...arrivare al traguardo.

Il sole ci riscalda e la muscolatura torna più reattiva. Tra una chiacchiera e l’altra riprendiamo una dinamica di corsa accettabile. Ad un certo punto, non so a quale chilometro ed in quale punto, ma in prossimità di una curva in un tratto leggermente boschivo, spunto lui! In tutta la sua bellezza, ops...bruttezza...il Pietro Leoncini in carne ed ossa. È sorridente e sereno e questo mi rincuora subito. Mi saluta, mi incita e fa un breve filmato. Scambiamo due parole, gli chiedo i motivi del suo ritiro e gli dico del messaggio di Marcello. Lui non sa niente, si informerà. Ci saluta, per il momento...già perché dopo pochi chilometri rieccolo lì puntuale a correggere un nostro ennesimo errore di percorso.

Obelisco, 145Km, 27h27’. Siamo entrati sul percorso della 57Km e si vede. Il ristoro è tutt’altra cosa. Ci sbivacchiamo sulle seggiole e mangiamo pane con prosciutto caldo. C’è pure il salmone. Arriva il primo concorrente della 57Km...non faccio in tempo ad azzannare il mio panino che lui è già ripartito...ma ‘ndo va? Manco fosse una gara. Facciamo una sosta di dieci minuti, godendoci il ristoro e ripartiamo.

Oramai il traguardo delle 30h rimane una chimera, anche alla luce del fatto che i km saranno assai di più di 167.

Imbocchiamo un sentiero vista mare tra Trieste città e il Castello di Miramare, che per un lungo tratto sarà in single track. Ci sfilano i concorrenti della 57Km...il secondo, il terzo, il quarto... Ci dobbiamo fermare per farli passare perché in due proprio non si passa. Salutano e ringraziano tutti. Saluta e ringrazia pure la ragazza che sarà prima tra le donne in quella distanza. Facile ricordarla visto che corre con un top estivo e dei pantaloncini arancioni poco più grandi del perizoma nero che vorrebbero mascherare. Poi però arrivano anche il decimo e l’undicesimo e piano piano anche quelli dietro. È più il tempo che siamo fermi per far passare loro, rispetto a quello in cui riusciamo a correre. La cosa diventa fastidiosa perché comunque noi siamo stanchi, vogliamo arrivare al traguardo ed in questo momento avremmo bisogno di concentrazione per mantenere un passo costante e gestire le ultime energie. Invece siamo costretti a fermarci e ripartire continuamente. Fatto salvo il tempo che perdiamo, che non è poco, la cosa peggiore è che ci innervosiamo. La situazione peggiora ulteriormente quando ai concorrenti della 57Km si aggiungono anche quelli della 21Km. Adesso è veramente un caos. A mano a mano che arrivano le persone dalle retrovie, diminuisce la cortesia e aumenta il chiacchiericcio, e con lui il mio disagio. Mi piace però ricordare un ragazzo con la maglia verde che, dopo avermi fatto i complimenti ed avermi chiesto su quale distanza stessi gareggiando, appena apprende che corro per la Ultra, mi fa una carezza sulla testa come gesto di stima. Grazie, ce ne fossero di persone così...

Arriviamo in un punto dove dobbiamo scendere con cautela alcune rocce. Ci sono 3 volontari ad aiutare i concorrenti e ad invitarci a fare attenzione. La stanchezza ed il nervosismo mi fanno scappare un “stanotte ci hanno fatto passare in posti ben più pericolosi, ma non c’era nessuno”. Ovviamente non volevo offendere i volontari, ma in quel momento mi giravano abbastanza. Chiedo scusa, perché anche a loro va tutta la mia stima.

Finalmente il sentiero inizia ad allargarsi e riesco a tenere il mio passo con regolarità. Non sapendo quanti km ho corso con il Suunto scarico, non posso sapere di preciso quanti Km ho corso fino a quel momento. Anche a Filippo si è scaricato il cellulare che utilizzava come GPS. Andiamo avanti a stime. Ormai abbiamo fatto la bocca a dover fare dai 172Km ai 175Km. Abbiamo passato il Castello di Miramare e poco più avanti c’è Sistiana. “Prima o poi dovremo scendere...” penso. In effetti iniziamo un tratto in discesa ed io prontamente mi illudo. Duecento metri circa e il sentiero fa un angolo a 180 gradi, per tornare in direzione Castello di Miramare e peggio ancora, ricomincia a salire. Mi sento come un pesce in una rete. Non ho più nemmeno voglia di arrabbiarmi. Vado avanti per inerzia. Non sono stanco, però ho voglia di arrivare alla fine. Raggiungiamo l’ennesima vetta contrassegnata dalle solite ed immancabili antenne. Riprendiamo a scendere in direzione Sistiana.

Siamo vicini all’ultimo ristoro. Stiamo bene e vogliamo cercare di stare almeno nelle 31h. Filippo mi propone di saltare l’ultimo ristoro. Io approvo ma gli chiedo la cortesia di aspettarmi per un minuto perché devo mettermi la maglia che mi ha disegnato e regalato per il mio compleanno, Andrea, mio figlio più grande. Tagliare il traguardo con quella maglia, è uno dei motivi per cui voglio arrivare alla fine in tutti i modi. Ci fermiamo in un punto al solicchio. Mi tolgo il pile ed il piumino anche perché adesso comincia a fare veramente caldo e mi metto la maglia di Andrea. Ripartiamo.

Santa Croce, 155Km sulla mappa, 30h. Ultimo ristoro, e che ristoro! Il migliore in assoluto. Non lo saltiamo per nessuna ragione al mondo! Di tutte le meraviglie che si stendono davanti a noi, ricordo con particolare affetto la Birra artigianale con cui mi faccio riempire una borraccia e che mi sorseggerò nell’ultimo stint. Ecco, questi sì sono i ristori di cui avevo letto.

Ripartiamo e dopo poco incomincio ad avvertire un discreto dolore al ginocchio ed al muscolo tibiale della gamba sinistra. Mi viene in mente il consiglio di Claudio e prendo al volo un antidolorifico blando. Effetto placebo? Può darsi, ma la cosa per me importante è che il dolore si riduce immediatamente e mi consente di proseguire a correre.

Finalmente inizia la discesa verso Sistiana. Il cervello mi passa una nuova dose di entusiasmo ed energia.

Comincio a guardare l’altimetro sul GPS perché so che adesso dobbiamo scendere fino alla spiaggia e quindi raggiungere quota 0m s.l.m.. Trovo un volontario che mi ispira fiducia, a cui chiedo quanti Km manchino all’arrivo. Mi aspetto una cosa tipo 2 o 3. La risposta è 7! La prossima volta prima di chiedere, mi cospargerò di vasellina, magari sentirò meno dolore. Una mazzata. A posteriori, oltretutto, posso aggiungere che sarà la prima indicazione corretta. Per fortuna che il paesaggio aiuta a far scorrere rapidamente i Km.

L’altimetro segna 8m. Attraversiamo una strada, scavalchiamo un parapetto e scendiamo un tratto di sentiero piuttosto infido aiutandoci con diversi metri di corda. Siamo molti, c’è traffico. Si sente il rumore del mare che infrange sulle pietre. Respiro l’aria salmastra e realizzo che ormai manca veramente poco. Arriviamo a quota 0m s.l.m.. Siamo sulla spiaggia di ghiaia. Sembra una giornata primaverile ed è dura non fermarsi lì a godere di quello spettacolo. La pensa diversamente il nudista che se ne sta sdraiato sulla spiaggia, con i suoi gioielli alla mercé di tutti i runners.

Si fa un po’ fatica a deambulare su questo fondo. Dietro di me ci sono due signore slovene che hanno parecchia voglia di chiacchierare. Troppa per me. Mi fermo e le lascio passare perché non sopporto più quel chiacchiericcio.

Rientriamo brevemente su un tratto di sentiero e poi finalmente la terra ferma, il bitume, Sistiana!!!

Gente comune a passeggio che ci guarda stranita. Li capisco.

Incredibile botta di energia...meraviglie del cervello! La strada sale, devo fare circa 130D+ da lì fino al traguardo. Inizio a correre, le gambe seguono alla grande, anzi hanno proprio voglia, anzi chiedono quasi di spingere. Rimango stupito. Penso al Bussino e ringrazio. “Che macchina meravigliosa è l’uomo” penso. Riprendo e sorpasso concorrenti della 57Km e della 21Km. Boh, con 170Km nelle gambe da dove arrivi questa energia proprio non lo so. Fa caldo, sto sudando parecchio, ma non mi interessa. Bevo ancora un po’ di thè e continuo. Dobbiamo attraversare una strada. Altro volontario che ispira fiducia. Solita domanda. La risposta questa volta non necessita di vasellina...”un km e mezzo”. È tutto in salita, ma a questo punto mi potrebbero far passare anche dentro un autolavaggio (...che poi, male non mi farebbe!), non mi fermo più. Attraversiamo un'altra strada e come volontario incontro il proprietario dell’albergo dove avevamo dormito. Ci salutiamo. Salgo. Finalmente riconosco la strada, adesso è tutto noto. Mancano poche centinaia di metri. Ci sono un sacco di persone che mi applaudono e mi incitano. È veramente bellissimo, un’emozione e una soddisfazione che non si possono raccontare. Al primo tentativo riesco a portare a termine la mia prima 100 miglia. Mi emoziono un po'. La strada spiana, sono fuori dal campo sportivo dove mi aspetta il gonfiabile sotto il quale tutto avrà il suo compimento. Aumento ancora il passo e sto attaccato ad un concorrente della 57Km. Provo piacere in questo, lo ammetto. Entriamo nel campo sportivo, c’è un lungo Red Carpet che ci accoglie fino all’arrivo. Accelero ancora e capelli al vento me lo godo tutto, passo dopo passo. Vedo Pietro sulla destra. Gli speaker mi danno il cinque. Un po' frastornato taglio il traguardo in 31h56’10’’.

Una ragazza mi mette al collo 2Kg di medaglia. Barcollo. È una bellissima medaglia. Sono orgoglioso.

Cerco Filippo con lo sguardo, ma non lo vedo. Arriva invece Pietro che si complimenta e mi fa un video a caldo da cui traspare un velo di stanchezza e una lucidità da rivedere. Gli chiedo notizie di Marcello, mi dice che ha avuto un momento di difficoltà ma che la finirà. Arriverà tra 3 o 4 ore.

Mentre Pietro va a prendermi la borsa, mi faccio alcuni selfie sotto il traguardo, ma adesso sono frastornato. Mangio alcuni biscotti, aggiorno i miei numerosi fans con alcuni messaggi vocali e barcollo verso gli spogliatoi. Mi faccio una doccia piuttosto tiepidina. Mi bevo un XS al limone piuttosto freddino. Eccoci...sta per partire la congestione, la sento. Mi metto a sedere e mi rannicchio nel mio accappatoio cercando di scaldare la pancia. Qualche compagno di fatica si sincera delle mie condizioni. Piano piano passa. Mi vesto il più possibile e raggiungo Pietro per andare a mangiare.

Incontro anche uno dei ragazzi con cui avevo condiviso gran parte degli ultimi 30-40Km e gli chiedo quanti km totali gli fossero venuti. Da un occhio al GPS “174 Km”. Li confronto con i miei dati e torna tutto. Io e Filippo, considerando le allunghe per padelle, abbiamo percorso circa 176Km. Non male.

Ora comincio a deambulare a fatica. Barcollo mentre salgo degli scalini, ma non mollo...Mangiamo pasta al pomodoro, salsicce e patatine fritte. Ovviamente annaffiamo con birra. Parlo con dei ragazzi che sono al nostro tavolo. Pietro mi fa notare come, da quando sono arrivato non mi sia ancora zittito. Gli credete?

Il crollo è imminente...ad ogni secondo che passa, il peso specifico della palpebra aumenta sempre D+. Il freddo che si era rintanato nelle ossa fa come Dracula...con il calare del sole, viene fuori.

Pietro mi invita ad andare a dormire in palestra. Accetto l’invito. Entro in palestra, mi addormento e poi mi sdraio, proprio in questa sequenza. Peccato che dopo nemmeno mezz’ora mi debbano far uscire per chiudere la palestra. Ho freddo e sonno. Pietro mi suggerisce di andare a dormire in macchina. Non oppongo resistenza. Accendo la macchina ed il riscaldamento. Mi addormento.

Mi svegliano Pietro e Marcello. Mi scuso per non averlo aspettato al traguardo, ma non ero proprio nelle condizioni. Ovviamente capisce. Gli chiedo del famoso messaggio che avevo letto, ma di cui io non ho traccia sul cellulare. Lui conferma di non avermi mandato nessun messaggio. Perfetto.

Decidiamo di andare a mangiare una pizza prima di rimetterci in viaggio. Torniamo alla solita pizzeria, ordiniamo. Iniziamo a mangiare, ma né io né Marcello abbiamo lo stomaco ricettivo. Ci facciamo incartare la pizza che non riusciamo a mangiare e ripartiamo.

Guiderà Pietro per tutto il viaggio di ritorno. Io faccio a mala pena in tempo a dirgli che qualora avesse voluto il cambio alla guida avrei potuto darglielo, perché tanto non mi sarei addormen... Ronnffff.... ronnnfff...siamo già a Pisa? Però, com’è passato veloce il viaggio! 

Finisce qua la nostra avventura. Come spesso succede, durante la gara prendono il sopravvento le sensazioni negative. Per dare un giudizio più obiettivo dobbiamo lasciare decantare le emozioni per qualche giorno. Sicuramente ci sono degli aspetti organizzativi che nella 100 miglia devo essere migliorati, ma bisogna anche essere onesti e riconoscere che essendo stata la prima edizione organizzata in versione “Ultra”, cioè balisata e con i ristori, lo sforzo fatto dagli organizzatori è stato enorme. Il percorso è bellissimo, se lo si prende per quello che è. Correre sul Carso non può essere paragonato ad una corsa in ambiente Dolomitico. Si devono cercare bellezze e valori differenti. Io ho trovato nella Corsa della Bora esattamente quello che cercavo e quindi non posso che fare i miei complimenti sia gli organizzatori che ai volontari ringraziandoli tutti per gli sforzi fatti.

Ringrazio il mio coach Alberto, perché se al km170 avevo ancora la forza di correre in salita è anche merito suo. Ringrazio Claudio per avermi messo nelle condizioni di affrontare questa gara senza alcun problema fisico. La caviglia è stata perfetta, non ho mai avuto nessun accenno di crampo. Alla fine della gara nemmeno una galla o vescica sotto ai piedi.

Ringrazio di cuore e mi complimento con Pietro e Marcello per avermi accompagnato in questa avventura. Mi dispiace tantissimo che Pietro non abbia potuto finire il suo viaggio a causa di un problema al ginocchio, questo gli ha fatto perdere la sua scommessa iniziale, e quindi non potrà appendere le scarpe al chiodo, mi dispiace Bro. Ma il suo sorriso, che lo ha sempre accompagnato per tutta questa avventura, e la sua disponibilità a “coccolarci” nel post-gara, non hanno valore. Grazie. Enorme stima per Marcello che ha sofferto, tanto, dando prova per l’ennesima volta della grande persona e del grande atleta che è. Ha concluso questo viaggio per se stesso, ma anche per aiutare altre persone. Un grandissimo esempio! Stima, stima e ancora stima.

Ringrazio Filippo, per la sua amicizia, per la sua compagnia, per quello che mi ha insegnato durante questo bellissimo viaggio. Ci sono tante cose che possono essere scritte, ma forse quelle più belle sono quelle che rimangono dentro di noi e non possono essere trasformate in parole. Grazie ancora!

E un grazie alla mia famiglia, perché c’è sempre e mi incoraggia. E non è scontato. Volevo finire questa gara anche per tagliare il traguardo con la maglia che mi aveva fatto Andrea. L’ho avuta sempre nello zaino con me, per tutto il viaggio. L’ho indossata negli ultimi km. Adesso posso dirlo, anche con un po' di orgoglio: ce l’ho fatta!

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