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Giocando sulle Tracce dell'Ultrapuanica di Gabriele Ianett

Giocando sulle tracce dell’Ultrapuanica

Era nell’aria. C’era già stata qualche avvisaglia mascherata in deboli progetti e frasi del tipo “prossimo fine settimana vado a fare l’Ultrapuanica in solitaria”. Ragazzate. Poche settimane dopo però questo desiderio  diventa progetto reale. E ormai lo si capisce subito quando c’è la voglia di mettere in pratica. Pochi messaggi ed è già tutto programmato.

L’Ultrapuanica è un progetto. È più di una bozzetto, ma non ancora un quadro finito.

Non è nostro, però l’abbiamo adottato. Lo coccoliamo, lo culliamo, ci giochiamo. In fin dei conti siamo le uniche due persone ad averla fatta integralmente tutta in una volta.

Arriva la proposta, serafica, contenente una variazione rispetto all’originale. “…facciamo il 7 a salire fino a Foce di Valli, poi andiamo all’Uomo delle Nevi, Cresta Est della Pania, Del Freo e 125…così facciamo un 8”. Mi piace, molto. Accetto subito, ovvio. E poi come si fa a dinni di no.

Provo a proporre una partenza notturna, sapendo però che a lui non piace correre la notte. Ma l’amore fa miracoli si sa, e quindi accetta. La notte correremo poco. Accordo fatto.

Dobbiamo calcolare di arrivare alla Cresta Est con le prime luci dell’alba perché quella al buio non si fa. Decidiamo di partire alle 23:00 da Camaiore. Manca soltanto da definire il numero di birre da portare.

Alle 22:00 sono sotto casa sua. È cari’o a pallettoni. Forse non ha ancora realizzato cosa stiamo andando a combinare. Ma a noi?...

La serata parte alla grande. Camaiore dista da Pisa circa 40Km. Strada ormai nota, o forse no…riusciamo a perderci per ben due volte, rischiando pure di ritrovarci in autostrada. Solo nel momento in cui ci vediamo spersi in mezzo ai campi, in strada a fondo chiuso, decidiamo di affidarci al navigatore per scongiurare il rischio di girare in macchina tutta la notte, alla ricerca del nirvana.

Finalmente arriviamo al parcheggio del cimitero, il nostro “originale” punto di partenza. Sbagliamo pure l’ingresso al parcheggio, ma con un pò di estro riusciamo ad entrare e parcheggiare. Siamo in serata…e non abbiamo ancora bevuto!

Nonostante tutto, siamo nei tempi. Ci prepariamo con dovuta perizia, doto la mia camelbag di the caldo, selfino e alle 22:55 partiamo. 

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È buio (bella scoperta), è umido e fa freschino. Il piumino smanicato è essenziale. Corricchiamo i primi due chilometri, tanto per scaldarci, poi la strada inizia a salire e sfumiamo la corsa in camminata. Abbiamo la traccia della volta precedente caricata sul cellulare, e in questa prima parte servirà per rinverdire alcuni passaggi.

Ma non basterà! Dopo una ventina di minuti canniamo un bivio. Risolviamo scendendo per un altro sentiero parallelo ma un po' più “rovoso”.

Prima tappa, Candalla. Zona nota agli arrampicatori e a chi in estate ama fare il bagno sotto ad una bellissima cascata. Il tempo di fare due foto e ripartiamo…anzi riparto, perché lui manco si ferma, il solito insensibile alle bellezze della natura. Gli piaccio solo io, o allora?

Saliamo senza indugio fino a Casoli, il paese famoso per i murales. Impieghiamo poco più di un’ora. Nell’ultimo tratto di salita mi concedo una riflessione profonda… “unico paese che troviamo in tutto il giro…il prossimo che incontreremo sarà sempre questo ma al ritorno. Da qui in poi solo sentieri e qualche rifugio…”. Attraversiamo Casoli senza incontrare anima viva. Altra piccola riflessione, questa volta sul disagio che vivono questi paesi e sul progressivo abbandono che stanno subendo. Velo di tristezza, but the show must go on.

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Adesso inizia un bel sentiero che ci porterà fino a Foce di San Rocchino, punto in cui termina il primo tratto di salita. Il sentiero è bello e si sale bene, quindi gli perdoniamo quei frammenti bitumosi che ci costringe a percorrere. Arriviamo alla chiesina di San Rocchino in due ore precise. Pietro entra diretto nella stanza adiacente la chiesina e senza indugio ordina: “facciamo una sosta e mangiamo”. In effetti lì dentro siamo al riparo dal freddo e dall’umido. Ci sediamo sulla panchina e ci prepariamo un lauto banchetto con tigelle, formaggi, frutta secca e merendine. Non ci facciamo mancare assolutamente niente. Siamo viziati. Questa sosta ristoratrice ci piace così tanto che ci imponiamo di ripeterla ogni due ore. Siamo lì per divertirci e stare bene dentro al nostro disagio.

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Ripartiamo imboccando il 121. Inizia adesso un lungo tratto di sentiero corribile, tutto in saliscendi. Arrivati a Foce di Grattaculo proseguiamo sul 121 scivolando sotto il versante Est del Monte Matanna. Siamo nel bosco, troviamo diversi alberi caduti che intralciano il passaggio. La neve scioltasi pochi giorni prima, rende il fondo umido, quasi fangoso ed in certi tratti leggermente scivoloso. I corsi d’acqua cantano la loro bellissima musica. Contesto ideale per trovare Bodde (rospi) e l’immancabile e bellissima Salamandra Pezzata.

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Scivoliamo via lesti fino al Rifugio Forte dei Marmi, tappa obbligata per il rifornimento idrico. Sono trascorse 3 ore precise. Ancora un’ora ci separa dal prossimo banchetto.

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Proseguiamo girando intorno al Procinto ed alle sue Bimbe per andare ad imboccare il 124. Correre nel buio, focalizzati soltanto su quella piccola zona luminosa che ci concede la luce frontale, rende l’atmosfera molto più intima. Non in quel senso…

Troviamo una fonte d’acqua naturale allo scadere delle 4 ore. Perfetta per la seconda sosta. Il banchetto si ripete. Ripartiamo e dopo poco ci imbattiamo in alcuni vecchi ruderi, che conservano ancora un gran fascino, per poi percorrere diversi ponticelli in legno caratteristici di questo tratto.

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Scivoliamo sotto al Monte Forato, fino a raggiungere Collemezzana. Sono le 4.00 del mattino. Lì finisce la pacchia. Su una piccola freccia in legno, colorata di bianco e rosso, è segnato un numero: il 7. Inizia la nostra variante alla traccia ufficiale, inizia la salita vera. Il primo tratto è ancora nel bosco, ma presto, la presenza di faggi ci indica che stiamo per uscire dalla zona “alberata”.

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Siamo al crepuscolo, quel limbo che separa l’oscurità della notte dalle luci del mattino, fatto di ombre sbiadite e colori appena accennati.

L’aria è umida, si sale molto, in certi tratti si va su dritto per dritto sulla roccia. Si suda tanto. Non è semplice mantenersi sul sentiero.

In uno dei nostri picchi di disagio da stanchezza Lui inizia a stilare la sua solita lista di posizioni kamasutriche alle quali avrebbe rinunciato per esser venuto li. Io prontamente gli ricordo della sua indole omosessuale. Lui si cheta e torna sereno. Ormai è un protocollo testato.

Guardo l’altimetro, siamo oltre 1100m s.l.m. e dobbiamo arrivare a 1260m s.l.m.. Non manca molto. Lo testimonia anche il repentino cambiamento di aria. Ovviamente arriva quello che in quel momento proprio non ci voleva: il vento.

Raggiungiamo Foce di Valli che il sole non ha ancora fatto capolino dalle vette degli appennini, però c’è buona visibilità.  Ma purtroppo anche un brutto vento. È forte, teso ed anche se proviene da Sud, lo percepiamo come freddo. Guardiamo la Pania, lei guarda noi. Ci sono delle brutte nuvole in alto. È il momento delle riflessioni, quelle serie. E qui non si scherza. Fare la Cresta Est della Pania con questo vento e quelle brutte nuvole in cielo non ci piace. Non ci sembra prudente. Siamo lì per divertirci e non vogliamo rischiare. Le Apuane sono già pericolose in condizioni buone, figuriamoci così. Decidiamo per un cambio di programma. Accorciamo, andando subito verso il Monte Forato. Se ne avremo voglia, aggiungeremo il Monte Prana nella parte finale. Accordo unanime.

Ripartiamo lesti, buttandoci sulla Costa Pulita, tanto bella quanto fastidiosa da correre per le pietre che fanno da inciampo. Arriviamo al Monte Forato puntuali per l’alba. E qui siamo fortunati. Provo a spiegarvi. Il sole sorge da Est, e fin qui ci siamo. Ad Est del Monte Forato abbiamo la catena degli Appennini, quindi deve sbucare da lì dietro. Di poco sopra alle vette degli appennini c’è una fitta coltre di nubi. Ma è quel “di poco sopra” che fa la differenza. In quella forbice di tempo in cui il sole viene a trovarsi nello quello spazio che separa le vette appenniniche dall’orizzonte delle nubi, assistiamo a dei giochi di luci e colori semplicemente spettacolari. Pietro si rilassa talmente tanto che praticamente si addormenta. Io mi sbizzarrisco a fare foto. Estasi. Già questo ripaga dei sacrifici fatti per essere arrivati fino a qua. Non esistono né un’alba né un tramonto uguale ad un altro. Questo è il nostro regalo.

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Appena il sole scompare dietro all’orizzonte di nuvole, decidiamo di rimetterci in cammino. Prossimo obiettivo Monte Croce. Scendiamo, correndo, verso Foce di Petrosciana e proseguiamo con quel lesto incedere financo a Foce delle Porchette. Qui prendiamo il Sentiero 108 in direzione Monte Croce. Poco prima di raggiungere Foce del Pallino, in una località chiamata “Le Scalette”, ci troviamo a salire una piccola gola di indescrivibile bellezza. Al suo interno scorre un piccolo torrente che complici le nevicate della settimana precedente, è particolarmente ricco di acqua. Scende a balze, formando tante piccole cascatelle che terminano in altrettante piccole polle di acqua, incredibilmente  trasparenti. Mi soffermo a fare foto e qualche filmato. Mi rimetto in marcia all’inseguimento del mai domo Leoncini. Lui ormai ha messo nel mirino il panino & birra del Rifugio Alto Matanna. E chi lo ferma più? …Ma è ancora lunga.

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Iniziamo a salire il Monte Croce. Un luogo noto per la meravigliosa fioritura delle giunchiglie. Lo potrebbero chiamare Monte Giunchiglia, visto che sulla sua superficie crescono soltanto paleo e giunchiglie. E proprio adesso sono in fiore. Una meraviglia che tutti dovrebbero venire a veder almeno una volta. Documento il tutto con foto e filmati. Non sia mai. Lui arriva in vetta poco prima di me, accarezza la croce e si mette seduto nel versante riparato dal vento, che anche qua soffia molto forte. La situazione è ideale per consumare un altro lauto banchetto ma non facciamo in tempo ad aprire gli zaini che lui si accorge di avere i pantaloni pieni di zecche…io invece le gambe. Ci alziamo di scatto e iniziamo velocemente la discesa. Mi fermo a guardare le mie gambe e sono piene di zecche. Confido nel fatto che si perdano tra i peli e non riescano a trovare la pelle. Purtroppo, quattro di loro ce la faranno. Bastarde. Ovviamente da quel momento in poi inizierò ad avvertire prurito ovunque. Fetido inconscio.

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Passiamo Foce del Termine e poco dopo troviamo il punto acqua che la volta precedente ci aveva salvato la vita. Rabbocchiamo le borracce e ripartiamo. Ancora un breve tratto di discesa su sentiero ed arriviamo al tanto odiato bitume. Alcuni Km di asfalto ci separano dall’inizio del Sentiero 3 che ci porterà fino al panino & birra del Rifugio Alto Matanna. Ma quel tratto di bitume proprio non ci piace e stiamo già progettando di rimuoverlo. Il 3, invece, c’è e si sente. È il classico sentiero che sottovaluti, forse perché la mente è già seduta al Rifugio, ma lui è fetido. Non è corto e sale. Si fa sentire eccome. Si sente, sì sì. Saliamo ognuno del proprio passo.

La salivazione aumenta sempre più ad ogni passo. Arriviamo al Rifugio, sembra chiuso, un brivido freddo ci scorre lungo la schiena. L’impatto sul morale sarebbe fatale. Invece è solo una brutta illusione: è Aperto! Entriamo sudati ed un po' infreddoliti. Ordiniamo due panini crudo e pecorino e due Moretti da 66cl. Lo scopo di questo viaggio. Ci rilassiamo. C’è della stanchezza. Io faccio il cambio maglie, ma il freddo non passa. Consumiamo il nostro meritato premio e ci rimettiamo in cammino per l’ultima salita impegnativa del giro. 

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Callare del Matanna e Vetta del Matanna. Oltre al vento stanno arrivando anche le nuvole. Faccio due foto mentre aspetto che rientri Piter e ripartiamo subito.

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Nel tratto di discesa verso Foce del Pallone facciamo la conoscenza di due simpatiche mucche che al solito ci guardano stranite. Come darle torto?

Arrivati a Foce del Termine imbocchiamo il sentiero che ci porterà nuovamente a Casoli. Tutto sentiero di bosco. Per il Prana ci sarà tempo un’altra volta. Attraversiamo un torrente ricco di acqua che mi colpisce per la bellezza di alcuni suoi tratti. Mi fermo a fare foto, financo ad arrischiarmi fin troppo sul ciglio di un dirupo, ma non ho resistito…

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Pietro mi precede di 5 minuti, quindi riprendo di buon passo, fino a che non lo trovo seduto ad aspettarmi. Arriviamo insieme a Casoli, attraversiamo il paese e ci ributtiamo giù verso Candalla. Mi prende uno sturbo mentale e mi butto giù a palla. Perché? Non lo so, mi andava. Scendendo l’aria cambia e di molto. Fa caldo e umido. Arrivo a Candalla, dove vorrei fare foto e riprese che la sera prima non avevo potuto fare a causa del buio, ma c’è una coppia di piccioncini che disturba il mio soggetto. Mi trasformo in elemento di disturbo. I piccioncini volano via ed io finalmente posso fare le mie foto e riprese. Arriva Pietro che transita e prosegue senza batter ciglio. Prima di riprendere mi alleggerisco di qualche indumento.

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Riparto, le gambe girano bene. Recupero Pietro sull’ultima salitella della giornata. Un ultimo sforzo e fagocitiamo anche quella. Adesso è solo discesa fino al cimitero. Sul volto di Piter sboccia un sorriso: il disagio, lo sforzo, i sacrifici che di colpo diventano soddisfazione e autostima.

Lungo tutto l’ultimo tratto parliamo di una cosa sola: delle birre che ci stanno aspettando in macchina.

Ultimi Km di bitume, questi sì graditi, e siamo nuovamente al parcheggio del cimitero. Finalmente possiamo brindare alla fine di questo nostro ennesimo viaggio. Un litro di birra a testa serve a corroborare più lo spirito che il corpo. Siamo stanchi ma soddisfatti e dopo pochi minuti siamo già a parlare delle prossime modifiche all’Ultrapuanica. Un progetto, più di un bozzetto ma non ancora un quadro finito. Ultrapuanica vive.

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Next Time..

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