Dolomiti Extreme Trail 2017 di Gabriele Ianett

ANTEFATTO

Era circa un anno fa, quando entrando nel suo ufficio, Giancarlo mi chiese: “la conosci questa corsa?”. Scrisse qualche parola sulla tastiera del computer e girò il monitor verso di me. In alto c’era scritto Dolomiti Extreme Trail.

L’avevo già sentita, ma per me era una delle tante. Non ne sapevo molto.

Ostia Madonna, questi sono tutti matti! Li ho trovati per i sentieri lo scorso weekend…hanno degli zaini pieni di tasche…si infilano il mangiare ovunque”. Aprì la mappa della 103Km ed iniziò a spiegarmi nel dettaglio ogni passaggio del percorso. Conosceva alla perfezione ogni metro di quei sentieri. Facemmo il tour virtuale diverse volte. Gli brillavano gli occhi ogni volta che parlava dei suoi monti, e sul suo volto si accendeva una luce viva, inconfondibile: era amore.

Eppure era incredulo anche lui delle difficoltà di questa gara. Troppe salite dure e troppe discese impegnative da farsi tutte in una sola volta. Troppe. La presi come un guanto di sfida e gli dissi “Il prossimo anno la faccio, però lei viene a seguirmi”. Accettò. Ero felicissimo, perché per me rappresentava un altro modo di mostrargli la mia gratitudine per tutto quello che mi aveva insegnato in 14 anni di collaborazione. Nei mesi successivi ne riparlammo spesso, ed ogni volta mi guardava sorridendo quasi a dire “secondo me non ce la fai…”. Io rispondevo sistematicamente con un sogghigno “vedremo…la stupirò…”.

Convincere Pietro fu la cosa più semplice!!! A dicembre, appena aperte le iscrizioni, eravamo già iscritti all’UltraTrail da 103Km. 

A febbraio, purtroppo, Giancarlo parte per un altro viaggio. Il più importante.

Nel vuoto incolmabile che lascia, immagino la DXT come un piccolo cordone ombelicale che ci tiene ancora uniti. Un’opportunità per incontrarci ancora una volta, lassù da qualche parte lungo i suoi sentieri. Non sarà una gara, non sarà un viaggio. Sarà un pellegrinaggio.

INTRODUZIONE

DXT, acronimo di Dolomiti Extreme Trail. Quattro diverse competizioni: MiniDXT da 2Km per i bambini, Corto da 23Km, Medio da 53Km e Lungo da 103Km. Siamo nel contesto della bellissima Val di Zoldo dove a farla da padrona sono le due cime più rappresentative, il Civetta ed il Pelmo. Ma l’attrazione principale rimane il sentiero Tivan. Quest’anno è agibile e quindi si farà.

L’Ultratrail da 103Km compie il giro completo di tutta la catena montuosa che racchiude la valle. La partenza è da Forno di Zoldo, l’arrivo è a Pieve di Zoldo. Il dislivello è di quelli importanti: 7200 D+. Ma al di là del numero, che fa figo da sventolare ai quattro venti, quello che fa veramente impressione sono la durezza di alcuni tratti di salita sommati alla difficoltà di talune discese.

L’organizzazione è mostruosa. Un numero su tutti: 350 volontari disseminati lungo il tracciato. Facendo i conti dell’oste, viene una media di 1 volontario ogni 300m. La notte, in molti tratti sarà proprio così.

Gli iscritti per le tre competizioni da “adulti” sono oltre 650. Le nazioni partecipanti sono ben 35. Nel corso del week end mi trovo a parlare più inglese che italiano.

Il pubblico è fantastico. Ne troviamo tanto lungo il percorso, anche di notte. Incitano, incoraggiano, applaudono. Abbiamo bisogno di loro e loro sono lì con noi. E’ la conferma che di belle persone in giro ce ne sono ancora un po’ di esemplari. Grazie!

Il bitume è irrisorio: sui 103Km del tracciato, credo che non si arrivi a 5Km di asfalto, di cui due in partenza ed uno nell’ultimo Km. Questo è un trail a tutti gli effetti.

Capitolo 1. Avvicinamento alla gara

Dopo i 97Km della Abbots Way, io e Pietro riusciamo a fare un bel lungo di allenamento, sperimentando la 60Km della Ultrapuanica. Per il resto ci arrangiamo con uscite principalmente bitumose: Bussiniane io, autogestite lui. Ci presentiamo al via non certo con velleità di classifica. Però siamo carichissimi.

Lo start è fissato per le ore 19:30 del venerdì a Forno di Zoldo. Decidiamo di trasferirci in Valle già dal giovedì, per goderci con la giusta calma tutto il pre-gara e non rischiare di arrivare già stanchi in partenza.

Giovedì ore 14:00 in punto sono sotto casa sua, con la macchina già stracarica. Lui è giù che mi aspetta da mezz’ora abbondante.  Nel frattempo mi intasa il cellulare di messaggi WhatsApp.  Prima di farlo montare in macchina gli tiro una secchiata di bromuro per farlo calmare un po’, ma il dosaggio è troppo basso e l’effetto è pressoché irrilevante. Funziona meglio il tachimetro della macchina che quando segna 207 lo rende afono e insolitamente mansueto. Buon farmaco questo. Il viaggio scivola via alla grande. Il navigatore ci da l’arrivo per le ore 18:00. A Padova ci fermiamo per una breve sosta…mai scelta fu D+ sbagliata. Ripartiamo e dopo pochi Km, al bivio per Venezia, troviamo un pullman in fiamme. Dobbiamo cambiare strada. Arriviamo a Zoldo che sono le 19:00.

Prima tappa, il ritiro dei pettorali. Saliamo alla Pieve e parcheggiamo. Io allestisco al volo lo zaino con il materiale obbligatorio. Qui lo controllano sul serio e lo punzonano pure. Ritiriamo il pettorale: un 65 per me ed un 52 per lui, grazie. Quindi andiamo provare le scarpe…le che??? Le scarpeee!!! Qui il pacco gara sono un paio di scarpe della Haglofs di valore commerciale pari al costo dell’iscrizione. Unica peculiarità è che per averle dobbiamo coprire almeno metà del percorso, tradotto in pratica, dobbiamo arrivare almeno al passo Staulanza. Qui trovo, a parer mio, l’unica falla di tutto il sistema organizzativo: almeno una maglietta commemorativa da 2 euro avrebbero potuto darcela. Ma vista l’organizzazione totale, sono ampiamente perdonati.

Ok, adesso possiamo andare al B&B che poi qui si chiama Garnì…siamo a Pecol, quindi alloggiamo al Garnì Pecol. Semplice. Su Excel questa funzione si chiama Concatena. Ovviamente riusciamo a perderci anche questa volta! Siamo veramente i numeri uno dello smarrimento. Ci chiamano i fratelli Tom (...TomTom, per chi un l’avesse capita!). La camera è spaziosa, abbiamo anche un bel terrazzo. Se non fosse per una struttura legnosa ricoperta di foglie, volgarmente detta albero, avremmo anche una bellissima vista sul Pelmo (monte, non pom…). Vorremmo farci una doccia, ma siccome non c’è il phon decidiamo di non farla: è vero, lo giuro! Ormai è l’ora del Carboload e la pizzeria ci aspetta. Manco a dirlo, sbaglio strada, ma di poco…la pizzeria è a Nord e io vado a Sud, oppure il contrario. Boh, non l’ho ancora capito. Però, grazie a Tom, ci arriviamo (…il trucco del TomTom sta proprio qui: un Tom ci indovina e l’altro sbaglia. Sempre. Quindi prima o poi nel posto giusto ci arriviamo. Ma è vero anche il contrario. Vabbè dai…). Tutte coppie di trailrunner. Tutte coppie maschio-femmina, tranne una…e la cameriera se la ride. Di continuo. Pizza&Birra, Birra&Pizza. Torniamo in camera e ci addobbiamo per la notte. Lui si mette una vestaglia ricamata, veramente sexy. Mi fa le fusa. Mi invita nel suo letto. Io ringrazio ma rifiuto l’invito, dando la colpa al mal di testa. Il sonno prende il sopravvento e le nostre stanche membra si lasciano cullare dal dolce silenzio Zoldiano.

Ore 8:00 la sveglia. Scendiamo per la colazione. Clima estremamente famigliare. Colazione semplice e genuina. Conosciamo un simpatico trailrunner francese. Pietro lo invita al nostro tavolo. Conversiamo in inglese (Pietro azzarda anche qualche frase in francese). Scopriamo essere uno dei campioni mondiali di logorroica. Ben presto ci pentiamo di averlo invitato al tavolo: non si cheta una frazione di secondo. In 15 minuti ci racconta tutta la sua vita. Da giovane è stato vicecampionemondiale di corsa su pista ai campionati di Frittole. Domani correrà la 53Km. Esausti ci congediamo e risaliamo nelle nostre stanze.

Io devo allestire ancora tutto: zaino e sacche da consegnare all’organizzazione (Base vita e arrivo). Pietro in dieci minuti fa tutto, io ci impiego oltre un’ora. Ho sicuramente più alimenti io di un supermercato locale: invado il letto matrimoniale di cose da mangiare ed inizio la cernita. Verso le 10:30 riusciamo a lasciare il Garnì. Mentre scendo per andare a pagare trovo due nipponici che mi chiedono indicazioni in inglese. Memore del logorroico transalpino, faccio finta di non capire e li ignoro. Saldo la camera e vado alla macchina. Chi ci trovo? Pietro che sta dando indicazioni ai nipponici! Io faccio il vago e parlo solo in Pisano con calata di Tramontana. Pietro li congeda. Entriamo in macchina, stiamo per partire, e chi arriva? Il logorroico transalpino!!! Noooooooo. Attacca un altro pippone epico. Ci fa vedere anche foto e filmati delle sue imprese. Pietro gli fa notare stizzito che se non ci sono belle ragazze nel mezzo, a lui non interessa. Dopo 15 minuti di filmati e racconti Tom mi intima di accendere la macchina. Mentre infilo la chiave, lui fa un bel sorriso al transalpino e salutandolo gli chiude la portiera in faccia. Oh, quando ce vò, ce vò! Deh!!!

Deh san is sciaining…giornata bellissima. Decidiamo di fare un sopralluogo al Passo Staulanza. Basevita per la nostra gara. Arriviamo sulla statale…e adesso dove giriamo? Un Tom dice a destra e l’altro Tom ovviamente a sinistra. Quale Tom avrà ragione? Consultiamo GoogleMaps che è meglio…giriamo a sinistra!

Saliamo verso il passo non senza fermarci a fare foto e riprese. Paesaggi da favola. Nel frattempo un coleottero scrocca un passaggio, posizionandosi sopra allo specchietto retrovisore. Il rifugio è immerso nel verde. L’allestimento per il passaggio della gara è già stato completato. C’è aria di pace e calma in questo posto. Ci godiamo un buon caffè. Proviamo ad addentrarci sul sentiero che dovremo affrontare l’indomani dopo la ripartenza, così tanto per fare un check. Vorremmo andare a vedere le “Orme dei dinosauri”, ma sono ad un’ora di cammino e non ci sembra proprio il caso. Ci rilassiamo ancora un po’ in questo luogo Zen. Orgasmo dei sensi.

Si è fatta l’ora del pranzo e scendiamo a valle. Alla Pieve c’è il Pasta Party permanente. Sfruttiamo i nostri buoni pasto. Mangiamo la nostra razione di pasta con tanto grana, annaffiando il tutto con la solita Birra. La fatica che ci attende è tanta, abbiamo bisogno di incamerare calorie…vile scusa per concederci anche una ottima coppa gelato. E ora relax: ci sdraiamo un paio di ore sotto ad alcuni alberi, nelle vicinanze del torrente e stacchiamo completamente la spina.

Ore 16:30, si è fatta l’ora. Ci cambiamo alla macchina, con molta camma. Consegniamo le sacche con i cambi per la base vita e per l’arrivo. Prendiamo la navetta per andare in zona arrivo dove il programma prevede il briefing pregara per le ore 17:30. Arriviamo puntuali, ma inutilmente. Il briefing è spostato in zona partenza per le ore 19:00. Evvai. Scendiamo a piedi verso la zona partenza: sono dieci minuti di cammino. Ci accaparriamo un tavolino alla gelateria delle coppe gelato, che guarda caso è proprio accanto al gonfiabile della partenza. Due caffè sono la tassa dovuta per il parcheggio delle nostre membra sulle seggiole e per l’utilizzo del bagno. Il relax cede lentamente il passo alla tenZione. Smettiamo di parlare, e questo è un bene. I nostri volti sono sempre sorridenti, ma decisamente più tesi. La zona partenza si popola rapidamente. La pasticceria si piena in ogni suo pertugio. Lo speaker parla. C’è un gruppo che suona, ma è meglio la musica del DJ. Ai vigili prudono le mani per multare alcune macchine parcheggiate in divieto di sosta. Ma un proclama dello speaker salva gli sbadati autisti. Annunciano il briefing, ma io non mi accorgo di nulla. Rimango con l’amletico dubbio: ma è stato fatto? Intanto arrivano i Top Runner, i CR7 del settore. Gli speaker raddoppiano, diventano una coppia etero. Lei decisamente meglio di lui, e non perché è assessore o perché parla in inglese. I pavoni mostrano le loro bellissime code. C’è un sacco di gente. L’aver anticipato la partenza di tre ore, sicuramente ha valorizzato anche la fase di partenza. Bravi. Osservo tutto con leggero distacco. La tensione e la concentrazione sono totali, ed ormai hanno preso il sopravvento. Cerco solo di gestirle. Mi sento veramente bene, ho voglia di questa nuova avventura. Penso a Giancarlo, gli mando qualche whatsapp mentale. Vago leggero in questa bellissima aria frizzante di pre-gara. Osservo gli altri: vestiario, zaini, scarpe, racchette… cerco nuovi spunti, nuove idee. Sarei potuto rimanere in questo limbo per ore, ma all’improvviso ci chiamano tutti nella zona partenza. Dai, ci siamo. Cerco Pietro. E’ ancora sbivaccato sulla seggiola della pasticceria. La sua faccia parla da sola…si alza, sistema le ultime cose, ed entriamo nella rampa di lancio. Entusiasmo alle stelle: c’è la musica, il frastuono degli speakers che parlano quasi più del transalpino, fotografi, pubblico, vigili. Ci siamo noi, centosettantasette partenti, su duecento iscritti. Centosettantasette volti sorridenti. Centosettantasette percorsi di vita differenti…fino allo start. Non appena passeremo sotto al gonfiabile diventeremo di tutti uno solo, perché il trail prima di tutto è unione, amicizia e solidarietà: spirito trail lo chiamano.

Manca meno di un minuto. Accendo la GoPro. Lo Speaker ci invita a fare tutti assieme la parte finale del conto alla rovescia…10…9…8…7…6…5…4…3…2…1…PARTITI! E che il viaggio abbia inizio…

Capitolo 2. La gara

2.1 Da Forno di Zoldo al Rifugio Staulanza

Sterziamo subito a sinistra ed iniziamo un primo tratto in leggera discesa. Sono circa 2Km di bitume. Il tifo è da stadio. Emozioni bellissime. Il passo è intorno ai 4:50 min/Km. Entriamo in una galleria e ovviamente ha inizio il test per stabilire chi è il più scemo: ognuno urla una bischerata che viene prontamente amplificata dall’eco. Ci rintroniamo la testa bene bene. Appena fuori dalla galleria, sterziamo a destra ed abbandoniamo il bitume.

Sappiamo che i primi 15Km devono essere affrontati con tranquillità perché ci aspetta da subito una salita molto impegnativa. Saliremo di circa 1000 metri di altitudine, ma compiendo già quasi 2000 D+. Non male come aperitrail.

I primi Km sono sempre i più divertenti perché si incontrano i personaggi più folkloristici. E qui ne ho trovati.

C’è il palestrato, con maglietta iperminimalista che fa freddo anche quando è caldo. Va avanti a sparate. Mi passa, allunga. Lo ritrovo più di una volta intento a trangugiare pillole del potere. Ripassa a tutta randa, si riferma. Affronta un tratto di discesa che sembra indemoniato, fa quasi a spallate, chiede spazio. Oh nini, non siamo nemmeno al decimo Km, ma dove vai? Comunque è tenace e lo incrocio varie volte fino al secondo ristoro. L’ultima volta che lo trovo però mi fa un pò pena…è buio, comincia a fare freddo, ci siamo tutti coperti ben bene e lui è ancora con la canottierina iperminimalista. Mah…

C’è quello sdraiato bocconi lungo il percorso, con la faccia raccolta nelle mani, che sembra morto. Mi fermo preoccupato e gli chiedo “Tutto ok?”…niente….tenZione…con tono di voce più alto ripeto la domanda. Si volta, mi fa un mezzo sorriso e risponde “it’s a break”. “Te un sei normale”, penZo io, mentre il mio sangue torna a circolare.

C’è la ragazza dell’Est, che la vedi in partenza vestita come la figliola di Fantozzi. Non le daresti una lira, invece proprio quell’abbigliamento stile  clochard mi fa sospettare che la giovine sia una tosta. E dimostrerà di esserlo, eccome.

C’è l’insicuro, che per due volte, dopo avermi staccato, si ferma ad aspettarmi per avere conferma di non aver sbagliato percorso. Oltretutto proprio a me ti affidi???

C’è il nipponico che al novantesimo chilometro si butta giù per una discesa boschiva assai insidiosa, ad una velocità folle. La freschezza è quella dei primi venti Km, ma sul percorso siamo al novantesimo. Meraviglia dei musi gialli.

C’è quella bizzarra dal capello rosso tinto e il gonnellino spagnoleggiante. Il maligno potrebbe chiederle se si sia confusa con una corrida. Lei risponderebbe a tono, visto che sarà la prima tra le donne a tagliare il traguardo della 103Km. Chapeau.

La prima salita è in gran parte un singletrack ed inevitabilmente genera un po’ di caos. Io e Pietro ci separiamo quasi subito. Ci siamo lasciati liberi di andare ognuno del proprio passo: corriamo con stimoli e per fini completamente differenti. Ci rivedremo alla macchina, la sera successiva.

Salgo del mio passo, concentrato, cercando di non farmi influenzare dal passo degli altri compagni di viaggio. Penso alle parole di Pietro “l’ideale è correre avendo la sensazione di essere fermi” e le faccio mie. Invio WhatsApp mentali a Giancarlo. Arriviamo al primo ristoro di liquidi: riempio la borraccia e riparto. Nel mentre faccio per infilarla nella tasca posteriore dello zaino, si riapre il tappo e mi rovescio addosso buon parte del suo contenuto. Iniziamo bene!

Le ultime ore di luce passano rapidamente. Ho un brivido enorme quando terminata una delle ultime riprese fatte al tramonto, mi scivola di mano la GoPro. Inizia a rotolare in un dirupo. Il mio pensiero va immediatamente al cicchetto che beccherò da Flavia. La GoPro si ferma miracolosamente su un ramo, un metro più in basso. Giuro che è andata così. La recupero e ringrazio. Intanto la visibilità cala rapidamente e tutti aspettiamo il momento più opportuno per fermarci e mettere l’assetto notturno: lo troviamo in cima alla salita. Dei volontari ci informano che da lì avremo un po’ di discesa, prima di salire nuovamente. E’ il momento giusto per il pit-stop. Tiriamo fuori le frontali e accendiamo le luci rosse lampeggianti dietro gli zaini. Qualcuno si veste di più. Io aspetto, la temperatura è ancora gradevole.

Siamo ancora un bel gruppone, ed è bello vedere il serpentone di luci salire sulla montagna. Arriviamo al secondo punto di ristoro, composto in realtà da quattro fontanelle naturali. Adesso inizia a fare freddino e dobbiamo salire ancora molto di quota. Decido di mettermi una maglia a maniche lunghe. Qui incontro per l’ultima volta il tipo muscoloso dalla maglia iperminimalista. Qui provo pena per lui. Questa volta riparto senza incidenti.

La filosofia di viaggio è sempre la stessa. Rapidamente raggiungo il primo ristoro solido/liquido: il Rifugio Pramperet. Entro dentro e mi trovo davanti un banchetto nuziale: ci sono due tavole imbastite di tutto il possibile tra dolce e salato. Rimango sbalordito, e penso subito a Pietro “ora voglio vedere se si lamenta”. Spero di vederlo arrivare. Nel frattempo mangio un po di cose salate, mi godo una bella scodella di brodo caldo con la pasta, e chiudo con un po di dolce. Ci sarebbe anche il caffè, ma evito, altrimenti rischio di dover chiedere anche una grappa e una sigaretta. Recupero le racchette e riparto. Inizia un bel tratto di discesa. I primi minuti sono difficili, perché inevitabilmente mi è entrato un po di freddo. Soprattutto alle mani. Evito di coprirmi di più ed allontano la tentazione dei guanti, altrimenti rischio di ritrovarmi ad avere caldo dopo pochi minuti e a dovermi fermare nuovamente per spogliarmi. Sopporto e tengo un bel ritmo in discesa. Mi aiuta anche un compagno di viaggio con il quale abbiamo un passo molto simile in quel tratto. Passiamo diverse persone. Il freddo svanisce. La discesa è molto divertente e si lascia correre che è una meraviglia. Queste sono le sensazioni che mi piacciono. Arriviamo rapidamente alla Malga Pramper, Km20, altro rifugio solo liquidi. Da qui inizia un tratto di falsopiano da correre con attenzione. Un ritmo eccessivo in questo tratto rischia di essere pagato dopo.

Km 23, l’inizio del calvario. Improvvisamente inizio a stare male. Grossi problemi di stomaco, principalmente nausea. Una crisi così dopo soltanto 23Km non me l’aspettavo. Subentra depressione e a tratti vampate di pensieri di ritiro. Faccio fatica ad andare avanti, non riesco assolutamente a mangiare. Ma soprattutto non riesco a capire il motivo di questa crisi. Abbasso drasticamente i ritmi di corsa. Mi fermo più di una volta e cerco di calmare lo stomaco. Allontano il panico ed ogni pensiero negativo, altrimenti si innesca una spirale negativa da cui non potrò più cavarci le gambe. Faccio introspezione e soprattutto WhatsAppo a Giancarlo. Ragioniamo un po e troviamo una quadratura. Vengo passato da tanti compagni di viaggio. “Lascia stare, non ci pensare, adesso debbiamo concentrarci su come uscire da questa situazione”. Mi sforzo a mangiare qualcosina anche se non mi va assolutamente niente. Prima di deglutire mastico anche 5 minuti. Pace. L’obiettivo adesso è arrivare al Ristoro del Passo Duran al Km30. Lì analizzeremo meglio il da farsi. Continuiamo a parlare. Mi ripeto continuamente che questi sono i momenti più importanti da cui si impara ed in cui si cresce. Però preferivo quando correvo e stavo bene…

Km 30, Passo Duran. Arrivo al ristoro che sono già in lieve ripresa. Per prima cosa ascolto il consiglio di Alberto e mi mangio senza indugio un pezzo di zenzero. Il solo pensiero mi da la nausea, quel sapore lo detesto. Ma tutto sommato, se vomitassi non sarebbe male, penso…invece questa volta lo trovo quasi gradevole. Stupore. Il morale si risolleva e con lui un sano appetito. C’è il brodo caldo. Lo faccio mio. Evito cibi solidi per non affaticarmi con la digestione. Comincio ad avere il sospetto che i miei problemi siano derivati da quello, ovvero l’aver mangiato troppi cibi solidi che probabilmente con il freddo patito lungo la discesa dopo il ristoro Pramperet mi hanno causato una piccola congestione. Sono di stomaco delicato io…

Questo ristoro è un punto di svolta del mio viaggio. Da qui la ripresa sarà rapida e non avrò più problemi fino alla fine. Ma Giancarlo conoscendo il percorso, lo sapeva. Infatti iniziano adesso le due salite più impegnative di tutto il DXT che culmineranno a oltre 2300m di altitudine sul sentiero Tivan. La prima ascesa ha un dislivello di oltre 500 D+ in meno di 2Km, con diversi tratti dove si è costretti a salire a quattro zampe. Siamo in tre a salire con un passo ottimo. Io, un ragazzo dalla maglia gialla e niente popò di meno che la ragazza dell’Est. Sta dietro a noi, ma più per timidezza che altro. Mi congratulo con me stesso, ci avevo visto bene. La salita è veramente dura, ma salgo alla grande, senza affaticarmi. Sorpassiamo diversi compagni di viaggio. Nel punto più duro ho un accenno di crampo al flessore della coscia destra, ma svanisce rapidamente. Mi guardo attorno. C’è la luna piena che illumina la vallata. Non conosco parole per descrivere la bellezza di quello che abbiamo la fortuna di ammirare. Arriviamo alla fine della salita tutti e tre compatti. C’è un bivacco, ci starebbe bene una dormitina…e invece niente. Giù per una discesa tanto tecnica quanto divertente. Stesso ordine della salita: giallo, io, Est. Affrontiamo un tratto di pietraia. Il giallo ed io non vediamo una balise sulla sinistra ed andiamo lunghi. La ragazza dell’Est si ferma sopra, vede la balise e si avvia prima di noi. Ho un sospetto…vuoi vedere che non la riprendiamo più? E così è…cambia passo e se ne va. A dire il vero anche il giallo cambia passo, ma lui se ne resta. Li rivedrò un attimo al ristoro successivo, Malga Grava (Km35). Lei ripartirà mentre io arrivo. Lui arriverà mentre io riparto. Lui non lo incontrerò più, lei sì. Ma ne riparliamo. Questo ristoro è l’unico che non ha il brodo, peccato. La mia sosta è breve, non voglio raffreddarmi troppo, memore della crisi precedente. Inizia la salita più lunga. Siamo sul monte Civetta direzione passo Tivan. Sono impressionato dalla quantità di volontari che incontriamo sul percorso. Ci sono più volontari che balise. A prova di TomTom. In realtà io un lungo l’ho già fatto, quindi meglio stare zitti. Continuo a salire a palla di cannone. Anche qui piccolo principio di crampo al solito flessore, ma svanisce definitivamente dopo poche centinaia di metri. La muscolatura regge bene, i polpacci sono perfetti. Sto provando esattamente quelle sensazioni di cui avevo WhatsAppato con Giancarlo. Grazie. In questa salita tendenzialmente sono solo. Ho un compagno più avanti di 100m circa ed uno dietro di circa 200m. Ad un certo punto sento un abbaio cupo nel bosco sotto di me. Minchia che paura! Penso subito ad un lupo…peccato che i lupi non abbaino…faccio uno scatto degno del miglior Bolt e raggiungo il compagno che si trovava avanti a me. Anche lui impaurito. Lui ipotizza addirittura un orso. E con questa…Continuiamo a salire e dopo poco troviamo altri volontari. Ovviamente chiedo “o che animali brutti ci sono da queste parti che abbaiano con tono cupo?”. Lui ride e dice “Quelli!” indicando il suo amico. Alé, la combriccola degli scemi ha nuovi soci. La salita è dura, io cerco di tenere un passo regolare senza esagerare. Il mio compagno di viaggio del momento si ferma per una breve pausa. Proseguo da solo…si fa per dire…con tutti questi volontari. Ogni tanto alzo lo sguardo e le luci  rosse lampeggianti di chi mi precede, disegnano il tracciato. Siamo sopra i 2000m ed il fondo si fa sempre più aspro. Il percorso inizia ad essere segnato anche con le fiaccole. Vi lascio immaginare la bellezza scenografica di tutto questo. Ma le fiaccole non sono lì per fare scena. Sono lì perché ormai siamo arrivati al Tivan e ci aspetta un tratto di oltre 1km completamente innevato. Perdere la traccia potrebbe non essere difficile, per me poi…la fiaccola diventa un riferimento importante, visibile da diverse angolazioni e anche da una certa distanza. Strano, ma vero, mi servirà. Muovo i primi passi sulla neve, pensando che il tratto innevato sia breve…una cosa scenica. Mi ricrederò presto. La neve aumenta, ed è abbastanza morbida, quindi si affonda con facilità. Gli organizzatori hanno creato dei piccoli sentieri sui tratti più esposti. Per il resto si seguono balise, bandierine e fiaccole. Ma a volte è difficile perché sui tratti esposti bisogna guardare bene dove si mettono i piedi ed è meglio non alzare troppo lo sguardo. D’altronde è ancora buio. Si intravede un leggero albeggio in lontananza ma per il momento è solo bello da vedersi. Non rifornisce alcuna luce utile. Seguo le tracce di chi mi ha preceduto. Mi trovo in un contesto semplicemente fantastico. Non faccio caso nemmeno al vento teso che soffia. Forse fa anche freddo, non lo so. Sono in estasi. E’ un contesto da orgasmo mentale. Faccio fatica a descrivere le sensazioni che provo in quel tratto. Il Civetta a sinistra, lo strapiombo a destra, le prime luci dell’alba sullo sfondo, il vento in faccia, la neve sotto i piedi, le fiaccole che brillano nel buio ed indicano la via. Ho i brividi solo a ripensarci. Speravo che non finisse più. E forse lo sperava anche quello di cui stavo seguendo la traccia fino a ritrovarmi con la neve fresca fino alle ginocchia e i bastoncini che affondavano quasi completamente. Alzo lo sguardo e vedo la fiaccola da tutt’altra parte. Ecco a cosa servono le fiaccole! Non torno indietro, ma decido di fare un bel taglio nella neve fresca. Faccio finta di imprecare, ma in realtà mi diverto come un matto. Dal “Tivan dove ti pare”, ritorno sul “Tivan originale”. Adesso l’alba genera una flebile luce diffusa. Si iniziano a vedere più delineati i contorni delle vette che i circondano. Le rocce sono più definite, più dettagliate. Arrivo nel punto più alto, me lo conferma l’indomito volontario stacanovista. Passo nel mezzo a due grossi massicci che formano una “V”. Di botto aumenta la luce. Che spettacolo!!! Vorrei fare delle riprese, delle foto, ma né la GoPro, né il cellulare sono adatti con questa luce bassa. Mi dispiace, rimane a godimento di noi pochi matti che eravamo lì. Iniziano i primi veri giochi di luci ed ombre. Il buio si spegne e lascia spazio a colori caldi sulle tonalità giallo/arancio. I pensieri e le preoccupazioni quassù non esistono. Non c’è dimensione, non c’è spazio per loro. Il primo tratto è di falsopiano. Trovo un fotografo che ci fa riprese da dietro. Naif. Pochi metri più avanti c’è un bivio. Seguo quello che mi sembra il sentiero principale, ma quando mi accorgo che sto tornando dal fotografo, gli chiedo lumi. Indovinate un pò? ovviamente stavo sbagliando. Poco più avanti troviamo un breve tratto di ferrata. Davanti a me c’è una ragazza in difficoltà. Mi trovo a correre dietro di lei quando all’improvviso scivola su di una roccia obliqua e cade verso una scarpata pericolosissima. Si ferma a meno di un metro da quella che sarebbe potuta essere una tragedia. Lei sbianca, io rimango senza respiro per alcuni attimi. La scarpata era ripidissima e piena di piccoli ciottoli che qualora ci fosse finita dentro, avrebbero funzionato da acceleratori. Un piccolo miracolo. Ma nel frattempo qualche cosa nella scarpata c’era finito…una sua racchetta. Preso da un folle spirito trail, le dico che vado io a recuperarla. Provo a mettere un piede sui ciottoli e causo subito una mini slavina. Allora mi metto in posizione da calcio seduto: culo, mani e piedi a terra. Mi muovo lentamente e molto cautamente. Porto a termine il recupero. La ragazza è spagnola e mi ringrazia nella sua lingua. Io riparto. Poco più avanti altro pezzo di ferrata. Avviso il volontario di turno dell’arrivo della spagnola poco pratica ad affrontare questi tratti. Il sentiero inizia a spianare. Diventa corribile. Arrivo all’imponente Rifugio Coldai. Breve rifornimento di liquidi e riparto. La discesa adesso è corribile. Ci ricompattiamo in un gruppetto di quattro individui. Tutto d’un tratto il sentiero assume una conformazione bizzarra. Sembra il letto di un fiume solcato da tanti piccoli ruscelli. Ognuno è libero di percorrere il ruscello che vuole, creandosi la propria strada. Con questo andare, arriviamo fino alla Malga Pioda. Cinque minuti di riposo seduto su di una panca, scolandomi l’ennesima scodella di brodo con tanta pastina. Arriva anche la spagnola. E’ un po sbucciata, ma sembra essersi ripresa. Ripartiamo più o meno compatti. Siamo sulla parte più semplice di tutto il tracciato: dolce saliscendi di larghe strade forestali. Qui possiamo lasciar andare le gambe. Breve salitella nel bosco e poi giù di buon passo fino al primo vero traguardo: il Rifugio Staulanza. Qui abbiamo un check point, su cui passo come 41esimo assoluto. Nell’attraversarlo mostro tutta la mia gioia nell’aver appena vinto le mie scarpe. Ilarità generale. I volontari sono tutti ragazzi giovani, molto simpatici. Mangio qualche cosa di solido, poi devo prendere una decisione molto importante. Riparto immediatamente assieme alla maggior parte dei miei compagni di viaggio, oppure sfrutto la base vita per cambiarmi e tirare un po il fiato? In realtà la scelta è molto più fine: proseguo subito e cerco di tirare la gara puntando al miglior risultato possibile, oppure no? Arriva un WhatsApp mentale che mi ricorda lo scopo per il quale sono lì. Accetto con gioia e vado a cambiarmi. Torno al ristoro, mi prendo l’ennesimo brodino. Scherzo con i volontari ed alcuni colleghi di fatica. Uno decide di ritirarsi e l’altro, che diventerà il mio compagno di avventura per gli ultimi 40Km, decide di continuare soltanto dopo aver scoperto di essere ancora nei primi cinquanta. Il clima è al limite del goliardico. Dopo una mezz’oretta di sosta, riparto in solitaria. Sono passate esattamente 12 ore dalla partenza.

2.2 Dal Rifugio Staulanza a Pieve di Zoldo

Attraverso la strada asfaltata del Passo e mentre sto per imboccare il sentiero che scivola via sotto al Pelmo, un gruppo di persone mi applaude e si complimenta con me. Che meraviglia. Affronto il tratto di sentiero che avevo sperimentato la mattina prima con Pietro. Si sale, io cammino di buon passo, devo riprendere il ritmo. Dopo poco arriva da dietro uno a palla di cannone. Lo guardo passare, ha il pettorale rosso della 103Km, ma sulle spalle ha uno zaino piccolissimo. Rimango sbigottito, stranito. “O questo da dove viene?” penso. Non riesco a trovare una spiegazione. Per fortuna dopo nemmeno un minuto arriva un'altra palla di cannone con lo stesso assetto, ma porta il pettorale blu di quelli della 23Km. Realizzo soltanto allora che la 23Km partiva dal Passo Staulanza. Quelli erano i Top Runner di turno. Peccato che da lì in poi ha inizio una Via Crucis di palle di cannone che mi costringono a fermarmi e scansarmi continuamente. Il sentiero è poco più di un single track e io non voglio certo esserli di intralcio. Nel frattempo medito e faccio una riflessione importante.

Mancano ancora tanti Km all’arrivo, ma le ore passano in fretta, senza alcun peso.  Dunque, cosa è che ci da lo stimolo e la voglia di affrontare questi lunghi viaggi? Se mi fermassi a pensare razionalmente a quante ore devo stare ancora sulle gambe, e quanta strada ho ancora da calpestare davanti a me, la cosa più logica che qualunque mente “lucida” farebbe, sarebbe quella di dire “fermati!”. Paura, sgomento e fatica sono le prime tre sensazioni che attraversano ogni mente “sana”. Ma allora cosa è che ci da questa forza, questa voglia, questa spensieratezza? Trovo una stretta similitudine con la narcosi da Azoto che affligge o benedice (dipende dai punti di vista) i subacquei.  

Finalmente arrivo al bivio che separa i brevi e medio lineii da noi lunghi lineii. Palle di cannone a destra, palle al piede dritto. Il volontario posto sul bivio mi chiede “corto, medio o lungo?” “perché, non si vede?” gli rispondo ridendo. Lui si mette a ridere più di me…”in effetti…

Inizio la discesa verso Zoppé di Cadore. Iniziamo a ricompattarci in tre. Io sono nel mezzo…non pensate male! Siamo distanti un centinaio di metri l’uno dall’altro. Passiamo un gruppo di mucche che ci guardano stranite e sembrano volerci dire “ma dove andate brodi?”. “Ma vi siete viste voi? Tutte tette e distintivo” gli rispondo io. Cento metri dopo trovo l’insicuro fermo per l’ennesima volta. Vai, ci risiamo…invece questa volta ha ragione. Il sentiero è chiuso per lavori. La traccia GPS ufficiale passa da lì. Arriva anche Raffaello, colui dal quale non mi separerò più fino all’arrivo. E mo che facciamo? Intanto imprechiamo. Poi torniamo in su. Arriva un quarto che vedendoci risalire si mette a cercare balise più in alto. Le trova. Dove? In mezzo alle mucche!!! Bastardi quadrupedi lattiginosi e omertosi, invece di stare li zitte, potevate dire qualcosa? Altri 10-15 minuti buttati.

 Arriviamo a Zoppé. Altro nuvolo di belle persone. Raffaello consce tutti. Clima goliardico e rilassato. Altra scodella di brodo, e qui decido di prendermi anche un buon caffè.  Raffaello mi chiede “Andiamo?” che equivale a “proseguiamo insieme?”. Accetto molto volentieri. Mai scelta fu più azzeccata. Altra pedina che va al suo posto. Realizzo che tutto sta seguendo un certo “piano” ed io sto provando esattamente le sensazioni ed emozioni che cercavo. Sono dentro ad un’equazione perfetta.

Abbiamo lo stesso passo e lo stesso fine. Arrivare al traguardo godendoci il viaggio, ma senza distruggerci. Classificarsi quarantesimi o cinquantesimi non ci cambierà certo la vita. Parliamo e facciamo conoscenza. Ad un certo punto mi fa conoscere Merino, un amico scultore di legno che ha uno chalet proprio lungo il percorso. Ci affacciamo all’interno della struttura: una vera meraviglia. Tantissime sculture in legno, una più bella dell’altra. L’artista ci accompagna di buon passo per un Km circa.

Arriviamo al rifugio Talamini, dove tra l’altro, mi bevo anche un buon thè. Ci attende un’altra bella salita, quella del Monte Rite. Ma ormai siamo in coppia ed abbiamo una filosofia vincente. E chi ci ferma più? Prendiamo il nostro passo, che non è affatto male, e ci mangiamo la salita. Nell’ultimo strappo, ci facciamo aiutare anche da qualche imprecazione, che non guasta mai. Sappiamo che in vetta al Rite c’è un altro check point. Ma sta vetta dov’è? Troviamo tre finte vette. E’ uno scherzo? Intanto osserviamo attoniti lo scempio fatto in vetta dal Messner Mountain Museum con strutture di vetro, quanto meno opinabili, affiancate dalle immancabili antenne ripetitrici del segnale dei nostri telefonini. Finalmente scolliniamo, soddisfatti per aver terminato l’ultima lunga salita della giornata. Il Check Point è piazzato davanti all’ingresso del museo. Altro Ristoro. Qui Raffaello compie una vera prodezza degna del miglior CR7. Riesce a corrompere il volontario di turno e a farci avere due scodelle piene di maccheroni al pomodoro, che noi provvediamo a ricoprire con abbondante polvere di grana. Ho provato amore sincero per quel piatto. 45esimo e 46esimo. Ripartiamo. Adesso ci aspettano 4-5 Km di discesa fino al Passo Fibiana. Abbiamo ancora un buon passo. Azzardiamo qualche proiezione sul tempo finale di arrivo.

Passo Fibiana, penultimo ristoro. Decido di assumere soltanto liquidi. Non mi va più di mangiare, sto bene così. Basta anche con il brodo. Fisicamente e muscolarmente mi sento ancora molto bene. In piano ed in salita teniamo ancora un ottimo passo. Facciamo un po di fatica in discesa per qualche dolorino articolare, ma niente di grave.

Eccoci allo strappo che temo di più. 400D+ in 3Km, niente di ché. Ma con 80Km nelle gambe altro ché…E si sente eccome! Le solite imprecazioni e arriviamo in cima. A dirla tutta, saliamo anche bene perché recuperiamo due colleghi e li stacchiamo. Scolliniamo ed iniziamo una discesa contrassegnata sulla mappa come pericolosa. Ecco, se avessero messo il teschio, sarebbe stato meglio. Lunga, ripida e difficile. Noi poi di discese ne avevamo le scarpe piene, sicché capirai…i due colleghi staccati in salita, ci rendono il favore con gli interessi. Noi però abbiamo una filosofia vincente e andiamo avanti con quella. A modo nostro arriviamo a valle. Paesaggio lunare. Nel mezzo di una radura di sassi bianchi, è piazzata una tenda chiara dei due volontari di turno. Sappiamo che dobbiamo salire nuovamente fino al Rifugio Bosconero. L’ultimo. I due ci incitano e ci rassicurano: “dai, l’ultimo strappetto di 100m poi siete al rifugio. Dopo è tutta discesa fino a Zoldo”. Non gli ho mai creduto. Per fortuna.

Strappetto??? Manco una funivia ci salirebbe lì. Si sale a 6 zampe ma soprattutto con una quantità di imprecazioni da rischiare la squalifica. Finalmente spiana. Una volontaria ci sfotte…”dai siete quasi arrivati al Rifugio, dopo è solo discesa”. Facciamo almeno un altro Km di saliscendi prima di arrivare al rifugio. Però ci arriviamo, cane delle berve! E sapete chi ci trovo? Niente popò di meno che la ragazza dell’Est che riparte visibilmente provata. Intanto noi facciamo la nostra ultima sosta. Breve. Per me solo liquidi. Mando un WhatsApp sul gruppo per informare della mia posizione e del chilometraggio. Il mio GPS dice 86,4Km. Fino ad ora è stato perfettamente in linea con la cartellonistica ufficiale. Fino ad ora, appunto. Ripartiamo e dopo cento metri troviamo il cartello dei 90Km. Vuoi vedere che in realtà è più corta? Inizio a sperarci. Invio un WhatsApp di richiesta a Giancarlo.

Iniziamo a scendere. Veniamo spolverati dal famoso nipponico. Mah…. L’illusione che sia soltanto discesa fino a Zoldo finisce ben presto. Nuova salita, vecchie imprecazioni. Raggiungiamo e stacchiamo la ragazza dell’ìEst. Sono dispiaciuto per lei. Ha comunque fatto una gran gara. Dentro di me spero che riesca a tenere il nostro passo. Se lo merita. Dopo un po mi giro, ma dietro ho soltanto Raffaello. Inizia a fare caldo, probabilmente caliamo un po’ l’andatura. La ragazza rientra. E’ veramente una roccia.

Usciamo dal bosco e come per miracolo, alla nostra sinistra, sotto di noi, vediamo Zoldo. Sentiamo anche la voce dello speaker. Il sentiero adesso rimane costante in quota. Fremo aspettando la deviazione che ci porti verso valle. Guardo il GPS che però segna soltanto 90Km. Sono dubbioso e impaurito. 13Km da fare sono ancora tanti…sono altre 4 ore! Giancarloooooooo, si può avere uno sconto??? Giuro che lo chiedo. Giuro che dopo poco, quando il mio GPS segna 92Km, noi troviamo il cartello dei 100Km. E’ una vera liberazione. Soltanto 3Km all’arrivo. Iniziamo a scendere veramente per l’ultima volta. Arriva un altro collega che ne ha più di noi e ci passa, salutandoci. Raffaello inizia ad esortarmi ad andare al traguardo da solo. Io non prendo la cosa minimamente in considerazione. Arriviamo insieme. Abbiamo condiviso oltre 40Km di questo viaggio e taglieremo quella fottutissima riga insieme. Intanto la ragazza dell’Est, stoica più che mai, ci passa e si avvia verso il traguardo. Mi chiede addirittura se sto bene. Un mito. Ormai corriamo mentalmente rilassati.

Ecco il bitume. Torniamo sulla statale, svoltiamo a destra. Lì, più bello del sole, eccoti il cartello dell’Ultimo Km. Raffaello ci riprova, “Gabry te vai…”…”noneee, l’abbiamo fatta insieme ed arriviamo insieme”. Lui non ce la fa più a correre, ma fa un ultimo grande sforzo. Davanti abbiamo 200m circa di leggera discesa. Ce li corricchiamo. Poi 800m di salita. Questa volta sono veramente gli ultimi. Da dietro non arriva nessuno. Ce li camminiamo. Ce li godiamo.

Iniziamo a trovare pubblico che ci applaude, si complimenta con noi, ci incita. Sono emozionatissimo. 

Il mio pensiero è rivolto totalmente a lui. Una sensazione di gratitudine, resa pura e leggera dalla narcosi della fatica e dall’essenza stessa del pellegrinaggio appena portato a termine. E’ andato tutto esattamente come doveva andare, in modo semplice e leggero. Mi scendono due lacrime. Faccio un bel respiro e mi ricompongo.

500m all’arrivo e le emozioni non sono ancora finite. Ci ritroviamo in mezzo alla Mini DXT. Due generazioni a confronto. Io e Raffaello che camminiamo, i bambini che corrono. Li incitiamo. Stanchi, sudati, divertiti, un po’ spaesati. Sono meravigliosi. Un’emozione regalata che non mi aspettavo.

Gli ultimi 200m sono l’apoteosi. Tiro fuori la GoPro ed inizio a riprendere. Un tifo da stadio. Ci saranno 200-300 persone, ma per me sono almeno 200.000. Entriamo nel corridoio transennato. Pubblico a destra e pubblico a sinistra che ci abbraccia virtualmente. Ci applaude.  Si complimenta. In tanti ci danno il cinque.

Continuano ad arrivare bambini. Raffaello mi abbraccia. Io abbraccio lui. Ultimi 50m. Con un gesto, ringrazio per l’ultima volta Giancarlo e penso “ostia madonna, Giancarlo, ce l’abbiamo fatta! Grazie!!!”.

Lo speaker annuncia i nostri numeri ed i nostri nomi. Evidenzia la bellezza dell’arrivo in contemporanea di noi Senior assieme ai bambini. Tutti ci applaudono. Io e Raffaello ci abbracciamo per l’ultima volta e tagliamo insieme il traguardo, 46esimo lui e 47esimo io. Il tempo finale dice 21h e 29’.

Sono frastornato dalle emozioni.

Fisicamente mi sento benissimo. Avrei bisogno di una persona che mi desse una mano per il supporto logistico, ma sono solo e mi arrangio. Recupero le sacche con i cambi e vado a farmi una bella doccia…che ne ho di bisogno! Poi consulto WhatsApp per avere informazioni su Pietro. Calcolo che dovrebbe arrivare verso le 19:30. Vado a recuperare il mio meritatissimo premio: le scarpe. Si è fatta l’ora di reintegrare un pò di solidi. Mangio l’unica cosa che al momento il mio organismo riesce ad accettare: patatine! Contemporaneamente però compio un sacrilegio di cui chiedo umilmente scusa a tutto l’Universo:  prendo una birra piccola alla spina, ma proprio non riesco a berla. Il mio stomaco la rifiuta. Dopo mezz’ora sono costretto a buttarla. Ecco, questa è la cosa più brutta di tutto il weekend!

Intanto arriva puntuale il crollo psicofisico. E’ un crollo verticale. Faccio fatica a tenere gli occhi aperti. Nell’attesa di Pietro provo a dormire sul pratino in prossimità dell’arrivo, ma è il momento  delle premiazioni e c’è troppa confusione. Sono molto dispiaciuto, ma non riesco ad aspettarlo, ho troppo bisogno di dormire. Decido di andare in macchina. Scrivo un messaggio a Pietro e mi avvio a prendere la navetta. Nel frattempo incrocio il logorroico transalpino che sta portando a termine il suo viaggio: adesso però non ha voglia di parlare! Monto sulla navetta. Proprio mentre scendiamo verso il parcheggio, incrociamo Pietro. Mi arrabbio con me stesso, sarebbero bastati 5min in più di pazienza…ma lui è bello sorridente, visibilmente soddisfatto e questo mi rincuora più di ogni altra cosa.

Dormo un’oretta sul sedile posteriore della macchina. Appena arriva lui mi sveglio. Ci sono anche Lara, Sonia e Mauro. Io e Pietro ci diamo il 5. Io sono troppo stordito per ragionare. Questa volta non abbiamo il tempo di condividere le nostre emozioni. Lo faremo nei giorni successivi. Lui deve partire con gli altri, io devo fare ritorno a casa. Finisce qua, con la promessa di tornare il prossimo anno.

MORALE

Se ce l’ho fatta io…non è detto che ce la possiate fare anche voi! ๐Ÿ˜‚๐Ÿ˜‚๐Ÿ˜‚

RINGRAZIAMENTI

A Giancarlo, per…beh, questo rimane tra me e lui

A Pietro, il mio ammore. Anche se questa volta ci è mancato di condividere il post gara…beh lui c’è sempre e questo è quello che conta

A Raffaello, un nuovo amico. Un ottimo compagno di viaggio. Una bella sorpresa.

Ad Alberto, che nonostante il poco tempo a disposizione mi ha permesso di arrivare alla gara con una condizione fisica perfetta. Ho corso quasi tutta la gara con sensazioni ottime, non ho avuto fastidi muscolari, ho recuperato rapidamente nel post-gara. Meglio di così….

A Flavia e ai miei bimbi. Perché ci sono, e nei momenti di difficoltà, pensare a loro mi riporta serenità.

The last but not the least…l’Organizzazione. Una macchina che ha rasentato la perfezione. Per tutto il weekend, ovunque uno si trovi, percepisce una sensazione di fiducia, di presenza, di copertura. Una specie di grosso Blob all’interno del quale possiamo muoverci liberamente ed in totale sicurezza. Alla fine posso dirlo, Il Gioco Vale La Candela. Bravi, Bravi, Bravi.   

DXT

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Tags: Ianett

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