Scritto da Super User. Pubblicato in Trail
UTMB
Ultratrail Tour du Mont Blanc.
Una gara che ricorda le gesta di Marco Olmo, le vittorie di Kilian Jornet, il record di Jim Walmsley.
La gara. Quella che bene o male, tutti i corridori che fanno lunghe distanze, almeno una volta hanno avuto nei loro pensieri.
Non si entra con faciltà a Moria…no scusate a Chamonix. Per poter partecipare alle gare dell’UTMB bisogna prima fare delle gare qualificanti e poi sperare nel sorteggio. Ci vorrebbe un altro articolo intero su come funziona tutto il sistema, ma andiamo avanti e diciamo che dopo 2 anni di tentativi, al terzo, a gennaio, mi è arrivata la fatidica mail con scritto YES.
YES significa che a fine agosto ti tocca. Significa che avrai da correre 176km e 9990m di dislivello.
Veloce veloce: otto mesi di preparazione. Chianti Ultra Trail, Mugello Trail, Lavaredo Ultra Trail come ultimo lungo e tanti tanti km di giorno, di notte, ed entrambi. Rifinitura in val Gardena durante le ferie con la famiglia et voilà…mercoledì 28 agosto si parte per Chamonix!
Con me in Francia ci viene Giulia, donna martire che decide di spendere i giorni del suo compleanno a fare assistenza a me in giro per le Alpi ed una volta arrivati a LesHouches, dove abbiamo trovato un carinissimo appartamento a metà dei prezzi normali che si trovano in valle, facciamo l’ultima rifinitura di corsetta su un anello intorno a un laghetto ed in un bosco sotto casa, dove scopriamo che ci sono tre o quattro aree attrezzate per fare il barbecue. Attenzione: questo particolare è molto importante per il post gara. Finito UTMB faremo la brace per festeggiare!
Il giovedì è giorno di ritiro pettorali e inizio dello studio dei vari luoghi dove devo andare io, dove dovrà andare Giulia e di come funzionano i trasporti per l’evento. Giustamente, l’organizzazione, per evitare carovane e macchinate di assistenti che creerebbero casini assurdi per la strada, ha chiuso l’accesso alle auto ai vari punti di ristoro della gara, e chi vuole raggiungerli può farlo solo usando i bus messi a disposizione dall’organizzazione. Questa parte di studio ci ha portato via qualche ora al tavolino, perché Giulia ha dovuto incastrare ogni trasporto coi miei probabili orari di arrivo, e dopo un po’ di decisioni avevamo fatto il piano per lei (che non sto a scrivere perché sennò ci vuole un’altra storia di trail).
Veniamo al giovedì: Chamonix è già in festa da giorni. Casino, corridori e accompagnatori da tutto il mondo.
Il ritiro pettorale va prenotato online con l’orario per evitare le code, ed infatti ci metto tipo 5 minuti per prendere il pettorale, organizzazione micidiale che non sbaglia un colpo.
Inizia il giro dell’UTMB village: una roba megagalattica, con tantissimi stand di materiale tecnico, delle gare che collaborano con UTMB, di produttori di cibo e alcolici locali. Bellissimo, ma potenzialmente pericoloso: tra una roba e l’altra, finiamo di fare i nostri giri abbondantemente dopo le 14, siamo stati 5-6 ore a camminare, e domani c’è da fare la gara quindi è meglio riposarsi, andare a casa e iniziare a preparare tutto il materiale per la gara.
Piccolo riposino e, mentre Giulia è in stato di morte apparente nel letto fino all’ora di cena, inizio a preparare tutto.
Visto il caldo del giorno, l’organizzazione ha attivato il kit per il caldo che va ad aggiungersi al kit normale del materiale obbligatorio: dovremo portare il mitico cappellino sahariano (inutilissimo visto che odio correre coi cappelli che tappano la testa) e due litri d’acqua. Quindi lo zaino viene riempito come da programma, con il posizionamento della roba nel modo testato più volte durante questi otto mesi di allenamento, aggiungendo alle due borracce da 600ml una borracciona comprata online da 750ml che da ora in poi verrà chiamata per comodità “Il Mostro”.
Dopodichè, vengono preparate 4 borse, corrispondenti ai ristori dove Giulia potrà venire a farmi assistenza più il cibo con cui parto e che non carico nello zaino. È tutto programmato: Giulia sa a che ore dovrà venire nei vari ristori, cosa deve portarmi, cosa mi potrebbe servire. Insomma ha uno zaino da 30 litri che esplode di roba. Non resta che cenare e andare a dormire per affrontare il venerdì.

IL GIORNO DELLA GARA
Venerdì mattina scorre veloce. Giulia va a Chamonix a portare l’auto che le servirà di notte per tornare a LesHouches, io continuo coi preparativi e con le smanie. Controllo tutto, ricontrollo tutto, vado a camminare un pochino perché in casa sono una bestia in gabbia.
Pranzo veloce, un’oretta di sonno e si va a Chamonix perché c’è da prendere posto.
Place Triangle de l'Amitié si riempie velocemente, già alle 16 iniziano ad arrivare i primi corridori e con Beppe e Farida, anche loro partecipanti, abbiamo deciso di piazzarsi a sedere poco dietro alla transenna che divide i top player da noi esseri umani verso le 16.30.
Fa caldo, pian piano la piazza diventa sempre più affollata.
Le gambe tremano, per la prima volta. Sarà la posizione scomoda o sarà che non ho mai fatto 176km in vita mia e non so cosa succederà?
Sono passate da poco le 17.30 e tocca mettersi in piedi perché…boh si alzano tutti.
Iniziano ad arringare la folla, in francese ed in inglese, ed ogni tanto in italiano.
Nonostante il tempo piano piano scorra verso le fatidiche 18, non so, ora non ho tensione addosso, non sono nervoso, ho solo tanta voglia di partire, tanta determinazione e sono quasi in una sorta di tranche agonistica, dove mi godo il momento, dove cerco di ripassare mentalmente i vari punti e passaggi, dove mi sento piccolo piccolo in mezzo a 2700 corridori e nel delirio di una folla di credo 70mila spettatori che sta iniziando letteralmente a ruggire ad ogni sferzata dello speaker.
Stiamo per raggiungere l’apice del casino. Partiremo con 2 minuti di ritardo.
Iniziano le note di “Conquer of Paradise” di Vangelis, e c’hai voglia, ne hai tanta.
Sembra di essere quando, ne “Il Gladiatore”, Proximodescrive il boato crescente del Colosseo.
Sale.
Sale.
Sale.
18:02. VIA! Si parte. E’un tripudio. Urla. Campanacci. Trombe da stadio. Sembra di essere alle Olimpiadi.
Inizia UTMB 2024.


LA PRIMA NOTTE
I primi 8km sono praticamente in mezzo alla folla. Prima su asfalto, poi su sentiero ondulato, quasi un riscaldamento: scorrono in circa 50min perché l’imperativo è andare piano, arriviamo al primo ristoro di LesHouches dove c’è solo acqua e bibite. Ricarico al volo una borraccia giusto per rimanere con le due borracce davanti piene. Per ora “il Mostro” resta vuoto, tanto non fa caldo e stiamo andando verso la notte.
Da LesHouches si comincia la prima salita, e non è neanche poco ripida: si va verso l’arrivo della telecabina “Prarion” sopra al Col de Voza (1800) ed in circa 5km ci spariamo i primi 800m di dislivello. Il passo che tengo in salita è e sarà tranquillo, perché la camminata in salita non è un mio punto forte e perché non ha senso spingere ora quando c’è da fare 100miglia.
La discesa verso Saint Gervais, primo vero ristoro della gara, è facile, quasi tutta su prato-sentierino, e io invece qui vado, supero circa 200-300 persone che invece sembrano correre sugli spilli perché non sanno andare in discesa, e con la pausa per mettermi la frontale in testa in 3h11 sono al 21km, con ben 49min di vantaggio sul cancello. Primo dei tantissimi giri inutili in paese, una specie di passerella di 2-3km su asfalto prima e dopo l’entrata nel ristoro, dove Giulia mi aspetta dietro ad una transenna per incitarmi.
Anche a Saint Gervais la sosta è giusto il tempo per riempire le borracce e si riparte.
Non saliamo molto, circa 4-500m in 10km fino a LesContamines. È un pezzo che sa di poco: un po’ tra i campi, un po’ nel bosco, tutto al buio perché ormai è notte inoltrata. Poco da raccontare qua, in 4h50 arrivo a LesContamines (30km), rosicchiando altri 20min di vantaggio sul cancello e qua Giulia può fare assistenza.
Abbiamo calcolato di fare i primi 30km con una riserva di cibo e poi aggiungere altro cibo dopo questo ristoro, cibo che dovrà arrivare all’82km dove mi aspetta la base vita di Courmayeur. E’sempre qui che tolgo dallo zaino la maglia termica di lana a maniche corte e la piazzo a pelle, sotto alla maglia Survival: saliremo fino a quasi 2600, e non voglio sorprese.
La prima parte della salita verso il ristoro del 40km è ancora tranquilla fino all’arrivo nel caratteristico tunnel di luci di Notre Dame de la Gorge, poi inizia a fare sul serio diventando più ripida. Una volta usciti dagli alberi arriva la prima delle immagini spettacolari: la sagoma nera del Col du Bonhomme con sul suo costone un enorme serpente di luci, la maestosa colonna di lampade frontali dei 2700 corridori che affrontano la prima salita lunga della gara; ti guardi avanti e c’è il serpente, ti guardi indietro e c’è ancora il serpente. Tu ne fai parte, tu sei lì dentro.
Tuttavia, non hai nemmeno il tempo di gongolarti di tutto questo splendore, che arriva l’ora di fare i conti col buio della notte. Fa freddo, e più si sale verso i 2500m della croce del Col du Bonhomme e più si alza un vento infame che farà fuori tanti concorrenti. Al ristoro di la Balme (40km) arriva l’ora di coprirsi bene bene. Maglia termica a maniche lunghe e antivento. Meglio, ma forse un pochino in ritardo. Non so se ho fatto troppo tardi, o se davvero non sopporto le zuppe Naak, fatto sta che mi porto dietro fino al giorno inoltrato una sensazione di leggera nausea che rompe le scatole; non così forte da fermarmi, ma abbastanza noiosa da rallentarmi quando provo a spingere. Vabbè, si va avanti e si inizia a scendere verso lesChapieux(51km), dove recupero un bel po’ di tempo e mi riscaldo correndo una discesa lunghina ma abbastanza facile e passo il cancello con più di 1h30 di vantaggio. Va tutto come previsto, per diminuire la nausea dato che da mettere nel brodo hanno solo il riso, ci metto un bel paio di fette di pane e mi riempio lo stomaco con roba calda e sostanziosa.
Cinquanta chilometri, altra salitona di 1000m di dislivello. Andiamo verso Col de la Seigne (2515m) e poi verso il punto più alto di tutta la gara, dopo una piccola discesa, fino ai 2570 del Col PyramidesCalcaires. Sorge il sole, l’aria piano piano si scalda, io nel frattempo mi sono messo pure l’antipioggia per contrastare il freddo, ed il passaggio del confine tra Italia e Francia (su sassaiole noiose dove si cammina e si corre malissimo) è l’inizio di una piccola rinascita.
Il ristoro di LacCombal (70km) è più che una formalità dove inizio a rispogliarmi perché la temperatura sale; la risalita all’Arete de Mont Favre (2450) è una bella spaccagambe che però va superata nonostante le piccole nausee ad ogni tentativo di spinta, perché dopo inizia il discesone verso l’82km, Courmayeur, la base vita, il primo vero step da superare in questa gara durissima. Ad un certo punto della salita verso il montFavre ho staccato Farida, non l’ho più vista e sono andato giù a Courmayeur.


COURMAYEUR
L’arrivo al celebre palazzetto di Courmayeur avviene dopo l’ennesimo giro inutile nelle strade del paese, ma è sinonimo di metà gara (anche se metà non è), di base vita, ed è l’occasione per rivedere dei volti amicidopo una notte all’addiaccio (Giulia e Beppe, ritiratosi a LesContamines).
La tattica di gara deve aspettare qualche istante perché il caldo è diventato intenso, l’ultima salita e l’ultima discesa lunga e tecnica mi hanno un po’ frullato, e mi siedo un po’ frastornato mentre Giulia mi tira fuori il cous-cous a brodo sapientemente preparato per evitare di perdere tempo in fila al ristoro.
Mangio, resoconto al Bussino che mi dice di non farsi prendere dal panico per la sensazione di stanchezza perché è un semplice calo dovuto ad una notte insonne. Mi cambio con vestiti asciutti, levo il sudicio e mi metto di nuovo la crema sui piedi.
Prima decisione: da ora in po’ basta con le zuppe della Naak. Han dato noia al mio stomaco alla LUT, han dato noia stanotte. Anche se in allenamento le ho sempre tollerate bene, lascio tutto a Giulia e carico più carboidrati semplici da sciogliere nelle borracce invece di quei papponi: l’acqua di una delle due borracce sarà sempre dolce e limonosa, ma per lo meno è un gusto che non mi dispiace e soprattutto non mi da noia.
Dovrei stare mezz’ora da programma, ma purtroppo perdo un po’ di tempo perché devo ricaricare l’acqua (e stavolta pure il Mostro perché fa caldo) e perché, da buon coglione, mi scordo di riprendere la borsa della base vita da riportare al deposito. 42 minuti, si riparte.

ITALIA - SVIZZERA
Riparto. Vorrei essere bello pimpante, ma fa caldo.
La salita fino al rifugio Bertone è forse la più impegnativa come ripidità di tutta la gara, è lunga, è l’una, ci sono quasi 30 gradi, non ti molla mai ed è ritta da far schifo.
Vorrei spingere, ma come provo ad alzare un po’ il ritmo della camminata, mi tocca fermarmi perché mi da noia la pancia. Mi supera Farida che era dietro di circa mezz’ora ed io le vado dietro.
A questo punto della gara arriva la prima svolta psicologica, proprio grazie a Farida. La osservo: Farida non sta spingendo a cattiva, sembra quasi che non si impegni nemmeno. Sale tranquilla ad un passo costante che non la affatica troppo, sembra quasi stia facendo trekking, eppure non si ferma mai e poi mai. Allorché mi chiedo: ma perché non provi a salire tranquillo come lei?
Mi metto al suo passo. Tic-tac-tic-tac, si chiacchiera io e Farida. Zero nausee, non mi fermo, prendo un passo quasi trekking che però si rivela efficace. E allora chissenefrega! Arriviamo al rifugio Bertone provati ma non distrutti. Almeno, io. Farida si mette un po’ giù a sedere all’ombra mentre io ricarico le borracce e bevo la coca-cola finta dei ristori. Ripartiamo insieme direzione Arnouvaz (101km).
Inizia una balconata sul massiccio del monte Bianco, tanto bella come paesaggio quanto superpallosa come sentiero: 12km di mangia e bevi ondulato praticamente infinito, che sarebbe un buon modo per far girare le gambe e prendere un ritmo.
All’inizio ci provo, e stacco Farida che andava bene, non so per quale motivo abbia rallentato.
Peccato che sui pezzi dove il sentiero è stretto puntualmente si formino degli ingorghi a causa di quelli che camminano piano dove si potrebbe correre. Questa cosa mi ingolfa le gambe e all’arrivo ad Arnouvaz ho due pezzi di legno come mezzi di locomozione. Passata definitivamente la piccola nausea, ora c’ho le gambe incatagnate.
Scatta la telefonata al coach Bussino, perché sta per arrivare l’ultima salita della gara sopra ai 2500, dove saliremo sul Gran Col Ferret (2535m), dal quale sconfineremo in Svizzera. Ho le gambe cotte, ho bisogno di istruzioni.
“La salita è lunga ma è molto costante: mettiti su un passo e mantienilo. Se vuoi fermarti a riposare fallo poco, e riparti al solito passo. Dai che questa sembra brutta ma non lo è!”.
Eseguo.
Non mi fermo quasi mai, non vado su forte, ma costante. Il Gran Col Ferret viene superato in circa due ore e siamo arrivati in Svizzera. Mi fa male la gola: il vento della notte scorsa e bere dalle borracce morbide, nonostante i propoli, ha irritato la laringe e decido di prendere un’ibuprofene. La scelta si rivela vincente, perché nella successiva discesa mi sblocca le gambe ed io recupero tanto tempo durante la discesa verso la Fouly (115km) durante la quale, a circa 1km dal paesino, arriva l’ora di rimettersi la frontale.

SECONDA NOTTE
Inizia la seconda notte però per ora siamo bassi e non fa freddo. Alla Fouly mangio qualcosa e riparto per andare verso il prossimo ristoro dove finalmente potrò ricevere assistenza.
C’è un tratto un po’ noioso con una discesa lunga, uno strappo in salita nel bosco dopo aver deviato dalla strada in discesa, e poi di nuovo in discesa fino al paese di Orsiere, dal quale parte la salita che va a ChampieuxLac, un caratteristico piccolo paese in riva ad un lago dove, al 130km, c’è il capannone del ristoro dove Giulia e Beppe mi aspettano.
È passata da poco la mezzanotte quando arrivo a ChampieuxLac, sono nei miei orari ma sto iniziando a sentire che sul calcagno qualcosa non va.
Nonostante la crema, il caldo e la tantissima polvere sui sentieri mi hanno seccato i talloni ed io coi talloni secchi ho il problema che mi si aprono delle ragadi fastidiose, come dei micro taglietti, che danno noia quando appoggi il tallone.
Menomale che Giulia ha la crema. Chiudo gli occhi 2 minuti per levarmi la sensazione di sonno di dosso. Mi cambio un’altra volta, mi metto la termica e l’antivento e mentre mangio ancora couscous al brodo facciamo due valutazioni.
Sono con 2 ore e mezzo di vantaggio sul cancello di questo ristoro, ed al prossimo ristoro mancano 18km con 900m di salite. Secondo gli organizzatori il tempo limite tra questi due ristori è 5 ore, quindi ne ho quasi 8 per arrivare a Trient. Son tante, la cosa mi tranquillizza e riparto bello arzillo, quasi convinto che il peggio sia passato. Mancano “solo” tre vertical Faeta uno dietro all’altro da qui a Chamonix.
Mai idea fu più sbagliata. Dopo un tratto corribile di circa 5km, si attacca una salita che non solo è ripida, ma è molto molto tecnica: sassaiole, tratti dove la ghiaia ti scorre sotto alle scarpe, radici, pezzi brutti dove tocca camminare pure male per poter andare su, una salita che doveva essere una formalità ed invece è lentissima.
Dall’altra parte, una discesa peggiore che mi aumenta sensibilmente il fastidio sulla ragade del tallone, rallento. Il tratto tra i due ristori mi costa quasi 4h e 50 minuti.
Inizio in questi pezzi (ma già anche prima di ChampieuxLac) ad avere qualche segno di sonnolenza, che fermo subito con bombe di caffeina, cibo solido e soprattutto le sfleshate della mia lampada frontale, tenuta bassa per poter usufruire, alzando l’intensità, dell’effetto “luce negli occhi per svegliarti”. Funziona.
L’arrivo a Trient è forse quello dove sono più spappolato: sono quasi 5 ore che lotto con sassaiole, buio e sonnolenza ed il solito giro panoramico del paese mi fa entrare il giramento di palle. Giulia è fuori dal ristoro che mi aspetta tutta bardata per il freddo, io sono con la maglietta e l’antivento. Esigo una birra per la ripresa psicologica.
Me la compra mentre rimetto la crema sul piede, una cosa che non chiude la ferita ma per lo meno ammorbidisce la pelle e rallenta la sua apertura definitiva.
Riparto, direzione Francia, seconda delle tre brutte salite.


SECONDO GIORNO
La salita verso LesTseppes, dove si fanno altri 900m di salita in circa 4km, non è assolutamente come quella precedente. È ripida, sale su a tornanti, ma è tutta nel bosco con il sentiero bello pulito. Rispetto a quella prima, è un giochino da ragazzi, e nonostante sia stanco me la faccio su costante, non mollo niente e non mi fermo praticamente mai se non per levarmi la frontale e l’antivento perché ho caldo. Spunta un nuovo giorno, è la seconda alba, siamo di nuovo in Francia.
È qui che succede una cosa che va raccontata. Inizia una discesa tutta corribile e bellina, nella quale io inizio ad avere dei colpi di sonno. Mi sto letteralmente addormentando mentre corro. Rischioso, se per caso dormi mentre scendi ti ritrovano in un burrone. Meglio riposarsi.
Mi metto a sedere su un masso, sveglia sul cell di 5 minuti, gomiti sulle ginocchia, testa tra le mani e chiudo gli occhi. Mi addormento così velocemente che dopo pochi attimi il rilassamento muscolare mi fa perdere la presa delle mani sulla testa, e la sensazione di caduta mi sveglia. Andrò avanti fino alle 18 sveglio. E, dopo l’ennesimi 2-3km inutili per arrivare ad un ristoro che si poteva raggiungere con 300m direttamente, entro al penultimo ristoro di Vallorcine(158km).
Mancano 18km con 1000m di salita, è ormai giorno e andremo verso molto, molto caldo. Dopo aver lasciato cose superflue a Giulia, dopo aver rimesso per l’ultima volta la crema sul piede che per ora sembra si stia salvando, decido di riempire totalmente ogni riserva d’acqua, quindi riparto con due litri ed “il Mostro” pieno, temendo che l’ultima salita possa essere un inferno di fuoco.
E la mia intuizione è giusta. Non è una salita ma sono in realtà due salite distinte da 400m di dislivello l’una, e l’unica fonte è praticamente all’inizio della prima salita. Nel mezzo, una discesa balordissima coi pietroni dove ogni tanto si appoggia le mani, che insieme al caldo ed alla polvere da il colpo di grazia alla ragade sul tallone che mi si apre definitivamente.
Io sto bene, le gambe ancora vanno per essere ormai oltre le 100 miglia, riesco a spingere in salita perché il tallone non appoggia e quindi non mi fa male, ma questa salita non finisce mai, è tutta sotto al sole, e piano piano l’acqua sta finendo. Mi fermo e rabbocco l’acqua dal mostro nelle borracce davanti, menomale che c’è il Mostro, perché altre persone salite con solo un litro non troveranno neanche un ruscellino misero da qui fino alla seggiovia della Flegere (169km), ultimo ristoro al quale, come se non bastassero km sotto al sole, si arriva spuntando in campo aperto su una infuocatissima pista da sci.
Al ristoro c’è la liberazione: le salite son finite. Sono uscito da un forno con solo tre dita d’acqua rimaste nelle borracce, loro hanno degli idranti con cui ti raffreddano, ma ormai mancano solo 7km per arrivare. Sette fottuti chilometri di discesa dove il mio tallone sicuramente non apprezzerà, ma ho più di 3h e mezzo per arrivare a Chamonix, e almeno che non spunti qualcuno che mi prende a fucilate, taglierò quel traguardo dovessi arrivare senza i piedi.
La discesa la correrei anche, se non avessi il piede dolorante che mi rallenta, le gambe ancora ne hanno, e dopo un’ora e mezzo arrivo al fatidico ponte di Chamonix che attraversa la ferrovia.

CHAMONIX
“Sono appena spuntato al villaggio, sto arrivando” è il vocale che viene mandato sul gruppo UTMB dove comunico tutto a chi mi segue da vicino.
Appena arrivato al villaggio, inizia la festa vera. C’è una folla enorme già qui, e iniziano già a urlare e a tifare per il mio arrivo.
Non sono nessuno, ma vengo accolto come una specie di eroe.
La folla diventa sempre più numerosa man mano che mi avvicino al centro del paese, il grido di incitazione diventa sempre più alto, ti spinge come se tu avessi il diavolo che ti rincorre, perché manca solo un chilometro e vedi Giulia, sull’angolo che entra nel centro del paese, pronta a correre con te.
Lei parte un po’ troppo forte “oh un andà troppo forte eh, un ti sto dietro” e litiga col suo cellulare, nell’impeto della corsa riesco a darle il mio per fare il video dell’arrivo.
Non riusciamo a sentire quel che diciamo dalla bolgia che accoglie il mio arrivo all’ultima curva. Qualcuno grida “Forza Italia”, qualcuno “Allez Riccardo” alzo le mani al cielo.
È finita! 44h e 40min, taglio il traguardo con la folla che esplode ad ogni passaggio di qualsiasi concorrente da sotto a quell’arco. Ho i brividi a raccontarlo.
Andiamo al ristoro. Giulia mi prende una birra e va a vedere gli arrivi.
Mentre bevo, prendo il cellulare, e leggo un messaggio dove Alberto si congratula per tutto quello che abbiamo passato in questi mesi.
Io ripenso ai sacrifici, ripenso ai giorni ed alle notti dove ho rinunciato ai miei figli, e penso ai miei due bambini che esultano perché nonostante tutto sono riuscito a realizzare il sogno di finire una delle gare più famose del mondo, forse non la più bella, ma sicuramente quella che ti fa vivere più emozioni.
E così scoppio a piangere come un bimbo. Lacrimoni infiniti, singhiozzi, ripensando a tutto quello che ho fatto per riuscire a finire questa gara. Non me ne frega più nulla di averci messo due ore di più, il tallone non fa più male (perchè sono seduto eh) e sfogo tutto ciò che si è accumulato in due notti dove non ho mai mollato, sempre con la testa fissa sull’obiettivo, razionale e lucido. Ora non c’è più spazio per la lucidità, c’è spazio solo per la gioia, e vengono giù lacrime, ancora ancora e ancora. Giulia mi abbraccia, piano piano mi calmo con altre tre birre, e dopo l’arrivo di Farida ce ne torniamo col treno a LesHouches.
Avevamo comprato delle salsicce per farle nei bellissimi bracieri del laghetto per cena.
Siamo morti entrambi in un sonno profondo dalla stanchezza. Corridore e Assistente, distrutti ma felici.
Ne è sinceramente valsa la pena.
Non sarà la gara più bella del mondo (anche se vorrei vedere i cinesi dove vedono ste montagne belle dalle loro parti), ma è sicuramente la più emozionante.
La porterò sempre nel mio cuore perché quello che ti fa provare UTMB non lo provi in nessun’altra gara.


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Scritto da Super User. Pubblicato in Trail
Seconda esperienza di un nuovo format che ho battezzato “ AvventurTrail”.
Questa disciplina prevede un andatura alternata fra il trekking ed il Trail, lungo sentieri e cammini tra i più prestigiosi del panorama italiano
Scarichiamo attraverso i dispositivi le tracce da percorrere e iniziamo la parte avventurosa, visto che non le abbiamo mai percorse prima.
Le distanze sono sempre importanti, quindi cerchiamo di frazionarle in base all’ospitalità che troviamo lungo il percorso .
Il totale del tracciato prevede 110 km con circa 4.000 metri di dislivello, quindi si decide di farlo in due tappe.
Si parte da Rezzoaglio, un piccolo comune situato nella provincia di Genova, porta d’ingresso del Parco Regionale d’Aveto.
Raggiungerlo non è semplice, visto che il percorso totale non prevede un anello. Dobbiamo affidarci ai mezzi pubblici.
Prima il treno Intercity che prendiamo autonomamente da due stazioni differenti, visto che il mio compagno di viaggio sale a Massa ed io a La Spezia.
Incontro alla carrozza sei, battiamo un cinque con le mani, ed inizia ufficialmente la trasferta.
In treno ripercorriamo velocemente gli aspetti organizzativi con la giusta dose di andrenalina che ci accompagna in questa nuova avventura.
Intanto è arrivata l’ora di pranzo quando scendiamo alla stazione di Chiavari.
Ancor prima di comprare i biglietti della corriera, sosta ad una tavola calda, dove ad attenderci c’è una generosa porzione di penne all’arrabbiata e un riso Venere condito con pomodorini e calamari. Ottimo inizio.
Raggiungiamo quindi la stazione degli autobus dove prendiamo la corriera per raggiungere Rezzoaglio. 1h e 30 minuti di tragitto.
Ci accomodiamo su due sedili posizionati contrariamente al senso di marcia e qui avviene la prima gag del nostro viaggio 😂.
Una brusca frenata dell’autista, fa planare il mio compagno addosso ad un panzer posto di fronte a noi ; vista la stazza, l’atterraggio è morbido … fortunatamente 😅.
Dopo oltre un’ora di tornanti arriviamo a Rezzoaglio. Qui il gestore dell’hotel dove alloggiamo, ci suggerisce di comunicare all’autista se ci può fermare al bivio del Lago delle Lame, visto che la struttura si raggiunge a piedi attraverso un sentiero CAI all’interno del Parco.
Abbandonati sul ciglio della strada proseguiamo alla ricerca del sentiero che ci porterà alla Locanda delle Lame ( Hotel di charme dice un cartello 🤣 ). Struttura dignitosa ma dicitura un po’ sopra le righe 😂.
Il bosco ci accoglie bene, con il sole che filtra attraverso le frasche, su un terreno morbido e piacevole da calpestare.
Mentre ci avviciniamo all’hotel dal terreno sbuca una splendida scultura di legno a forma di serpente. Foto di rito…mi sembra il minimo.
Dopo circa mezz’ora ci presentiamo alla Locanda. Nemmeno il tempo di fare il check in e parte il primo boccale di birra.
Breve passeggiata intorno al lago delle Lame e via in camera a farci un riposino aspettando la cena.
Al momento della doccia ecco la prima sorpresa. Non c’è acqua calda !!
Scendo in reception e mi comunicano che la caldaia è in blocco. Il disagio non è tanto la doccia ma in cucina, dove non hanno il gas per cucinare. Pazienza… bisognerà accontentarsi di un po’ d’affettato e formaggio. Siamo in un hotel lontani dal centro abitato e non c’è soluzione alternativa.
In camera inizia ad abbassarsi la temperatura… fortunatamente c’è un bel piumone 😅.
Alle 20 però cambia tutto. La caldaia torna a funzionare… i termosifoni iniziano a scaldare…ma soprattutto la cucina è pronta a sfornare una cena coi fiocchi.
Si parte con una zuppa di cipolle. A ruota una vagonata di polenta con formaggio della Valle ( autentica prelibatezza ), hamburger e patata al cartoccio.
Ci mettiamo accanto alla stufa a pallet chiacchierando con il gestore. La struttura si trova a circa 1000 metri di altitudine, affacciata sul lago e circondata da boschi.
Stiamo per raggiungere le nostre camere quando veniamo richiamati di sotto perché il cielo ha assunto un colore violaceo.
Pazzesco… assistiamo ad un evento straordinario che ha coinvolto mezza Italia.
L’AURORA BOREALE 🤩.
La figata e’ che siamo in un posto con zero inquinamento luminoso e lo spettacolo è veramente unico.

Giorno 1. Lago delle Lame - Castiglione Chiavarese 52 km con 1900 metri di dislivello.
Sveglia alle 6. Abbondante colazione e sotto la protezione della statua di Cupido parte il nostro Tour.
La temperatura è fresca e gradevole. Un largo sentiero in salita ci introduce nel Parco. Dopo qualche km la nostra traccia si ingarbuglia perché il sentiero entra in una parte vietata . Nel parco d’Aveto ci sono tre laghi che accolgono la riproduzione del tritone. Si entra solo in un determinato periodo dell’anno accompagnati da guardie forestali. Quindi non se ne parla… guardiamo la mappa e facciamo una breve deviazione che ci riporta sul sentiero di gara.
Il bosco è meraviglioso… lunghe salite ci portano su un altopiano dove domina un panorama fantastico. Non incontriamo nessuno ad eccezione di alcuni magnifici cavalli allo stato brado.
Intanto si sale verso il Passo dei Porciletti che rappresenta il punto più alto del percorso (1459 mt ).
Il sentiero dei popoli Celti e Liguri prosegue attraverso faggete e prati. Verso le 11 svalichiamo nella provincia di Parma e ci viene qualche dubbio subito dissipato da una bella birra fresca nel nostro classico BeerTime ( sosta ormai consolidata nei nostri viaggi )… siamo al km 22. Ne mancano ancora 30 😅.
Una lunghissima salita ci porta al monte Zappa spartiacque appenninico tra la Valle Sturla, Valle del Taro, Val Graveglia e la Val di Vara.
Ma non è ancora finita… c’è un ultimo strappo di quelli tosti. Su un sentiero appena accennato, bisogna raggiungere il Monte Coppello e successivamente il Passo della Biscia.
Il tempo è favoloso e i panorami lasciano senza fiato… intanto l’acqua scarseggia e purtroppo i paesini che vediamo ai lati del Passo sono troppo distanti per raggiungerli.
Sulla carta, vediamo che sono segnati dei punti acqua, ma sono praticamente delle pozze dove non è consigliabile approvvigionarsi. Durante una breve sosta però notiamo un tubo dell’acqua che termina in una vasca dove probabilmente si abbeverano gli animali. Riempiamo le borracce..non si sa mai.
Scelta non fu più azzeccata perché mancano ancora diversi km e il primo paese abitato e’ il nostro punto di arrivo.
Lo raggiungiamo dopo circa tre ore.
La prima cosa che cerchiamo è un bar ; finalmente la birra scorre fresca nella nostra gola impolverata e sofferente. Mentre siamo seduti guardiamo su GoogleMap l’ubicazione dell’ agriturismo dove alloggiamo. Si trova ancora a 2 km 😩.
Si cammina lentamente e facciamo due chiacchiere sulla cena che ci aspetta.
Linguine al pomodoro con olive taggiasche e un dolce aromatizzato alle rose. Andiamo a letto soddisfatti.
Drinnnn ⏰ ore 6 🔔.
Giorno 2. Castiglione Chiavarese - Portovenere 58 km 2200 D+
Scendiamo in strada e pronti via si trova un portafoglio. Mmmmm .. curiosiamo dentro e vediamo che è quello di una bimba. Al suo interno tessera dell’autobus e 5 €.
Ritenta e sarai più fortunato 😂.
Lo lasciamo al bar del paese e cerchiamo il sentiero che ci riporta sul percorso originale dell’Alvi Trail.
I primi 10 km sono abbastanza deprimenti. Sentieri sporchi, zecche in agguato e tanto asfalto. La gara originale partirà tra un mese, quindi ci sarà bisogno di una bella pulizia !
Raggiungiamo il santuario di Velva e a seguire il Monte Arpecella. I segni bianco rossi del sentiero sono appena accennati e così usciamo dalla traccia immergendoci tra rovi, arbusti e foglie scivolose. Tombola ! Ci siamo persi 😩.
Vediamo sotto di noi la statale che dobbiamo attraversare e proviamo un dritto per dritto sperando di raggiungerla. Niente da fare !
I graffi su gambe e braccia iniziano ad innervosirci così optiamo per la cosa migliore da fare in questi casi. Torniamo indietro.
Perdiamo all’incirca mezz’ora, ma ne è valsa la pena. Direzione Framura.
Altro pezzo di asfalto sino a Bonassola. Il sole picchia di brutto ma già pregustiamo la sosta che ci attende al Santuario di Soviore sopra Monterosso al Mare.
Entriamo in territori a noi conosciuti. Non c’è più bisogno di seguire la traccia gps. L’Alta Via dei Monti liguri sarà strepitosa fino a destinazione.
Intorno alle 14 BeerTime 🍺, panino con bresaola e una banana. Si riparte.
Dopo circa 5 ore spunta il promontorio di Portovenere e l’isola Palmaria.

Scendiamo velocemente le scale che dal Castello ci portano in piazzetta. Li ad attenderci Cristina e Patrizia. Foto di rito e abbraccio finale.
Un altra bellissima esperienza dopo la Via degli Dei. Ci abbiamo preso gusto ormai.
A tavola si parla già del prossimo progetto: La Via Vandelli da Modena a Massa lungo gli Appennini. Le signore ci dicono di piantarla e quindi a quel punto ci avventiamo sullo strepitoso menu’ a base di pesce che ci propone l’amico Massimo della Trattoria Il Centro a Cadimare.
Un ultimo brindisi, un nuovo sogno … e la vita continua.

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